Zio Paperone contro i pellirossa: la parabola ecologica degli indiani pigmei

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Zio Paperone è un personaggio straordinario anche e soprattutto perché in grado di rivestire qualsiasi funzione narrativa. Pensateci: di norma è utilizzato come eroe e protagonista, ma non disdegna il ruolo dell’antieroe o persino del villain. Lampanti in tal senso gran parte delle sue storie scritte dal “Professore” Guido Martina, che spesso lo impiegava come crudele antagonista, plutocrate senza scrupoli contrapposto all’ozioso nipote Paperino.

Non tutti, però, sanno che anche il “papà” di Paperone, l’Uomo dei Paperi Carl Barks, in talune occasioni lo aveva impiegato proprio come “cattivo” della situazione, spesso nell’ambito di avventure con forti intenti didascalici o pedagogici. Si pensi, ad esempio, alle storie dedicate alle Giovani Marmotte che Barks aveva realizzato sul finire della carriera, negli anni Sessanta. Il gruppo scoutistico, portatore di valori ecologisti, sovente giungeva a violenti scontri con Paperon de’ Paperoni, alfiere di una società accaparratrice tanto vorace quanto sorda riguardo le esigenze del pianeta.

È proprio lungo questo solco ambientalista che si muove il Maestro dell’Oregon quando si tratta di mostrare il “suo” Paperone come un nemico. Pochissime le eccezioni: la più famosa è certamente Paperino e la clessidra magica, dove per un segmento della storia agisce da vero e proprio aguzzino dei nipoti. Per il resto, quasi sempre, il PdP antagonista delle storie barksiane è “solo” un bieco sfruttatore di risorse naturali. A volte quasi incoscientemente, incarna un agente del Capitale che non riesce a guardare al di là del proprio portafogli. Su questo, la scure satirica dell’Uomo dei Paperi non può far altro che abbattersi senza pietà alcuna.

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Carl Barks, l’ecologista

Sì, perché Carl Barks (da quanto traspare dalle sue storie) è un fiero ecologista, pronto a schierarsi platealmente in difesa dell’ambiente e dei suoi custodi. Spesso incarnati da una popolazione di fantasia, leggendaria o inventata di sana pianta, questi tutori della natura vivono isolati dalla società civile, con cui intrattengono rapporti complicati.

Si pensi ai Menehunes (piccolo popolo hawaiano da Zio Paperone nell’isola dei Menehunes), agli Atlantidei di Zio Paperone pesca lo skirillione o ai più rappresentativi in assoluto: gli indiani Pikoletos, pellirossa pigmei apparsi in Paperino nella terra degli Indiani Pigmei e nel suo seguito Zio Paperone e la guerra dei Wendigo, scritta e disegnata dall’epigono di Barks Don Rosa.

I Menehunes

I Peeweegahs (come la tribù si chiama in originale; da peewee, “piccoletti”, e guys, “tizi”) vivono in totale armonia con la Madre Terra, di cui sono tutori e protettori piuttosto che padroni. Sono lo specchio a fumetti dei reali nativi americani, comunità sparute, isolate l’una dall’altra. Accomunate, però, da una fondamentale e medesima filosofia secondo cui siamo tutti (uomini, animali e vegetali) semplici ospiti di un pianeta che non può e non dovrebbe appartenere a nessuno.

Zio Paperone e Paperino nella terra degli indiani pigmei

Quando Barks dà alle stampe Paperino nella terra degli indiani pigmei, nel 1957, per i nativi americani è già troppo tardi. L’invasore europeo, arrogante e ingordo, ha da tempo atrocemente distrutto la loro civiltà. È ancora presto, però, perché si decida di fare i conti con l’opprimente senso di colpa. Così com’è presto per parlare di sensibilità ambientale: la coscienza collettiva non è ancora sufficientemente matura, né in un senso né nell’altro.

L’Uomo dei Paperi decide dunque di creare da zero un nuovo popolo dalle fattezze elfiche, in grado di incarnare entrambe le cause: “indiani pigmei”, persino più bassi dei Paperi, agguerriti difensori di un territorio che intendono proteggere dalla lunga ombra dello sfruttamento sfrenato.

zio paperone indiani pigmei

La storia si apre con l’acquisto da parte di Zio Paperone dell’incontaminata zona dei Mille Laghi. Il venditore è Trippa Marciapiede, grasso e annoiato agente immobiliare fornito di bombetta in testa, occhi a mezz’asta e sigaro in bocca. Carl Barks ambienta le prime vignette dell’avventura in una Paperopoli affollatissima e inquinata, ingrigita dallo smog e dal lerciume. Paperone non sopporta più il chiasso e i liquami, vorrebbe un posto nel deserto: “sono stufo di tutto” afferma, “anche se riconosco di essere stato colui che ha dato inizio a queste puzzolenti industrie”.

Zio Paperone… in ferie

Le premesse paiono ottime. Il miliardario per eccellenza si pente di quanto ha costruito e desidera ritrovare la connessione con se stesso e con la Natura. Troppo bello per esser vero.

In effetti, Paperone mostra segni di cedimento già quando è seduto assieme ai nipoti sul proprio aereo privato, destinazione Mille Laghi. Afferma, destabilizzando Paperino (e noi con lui), che è nelle sue intenzioni cercare l’oro e l’argento, il rame e il nichel. Cos’altro si dovrebbe cacciare?

zio paperone nipoti

È una volta giunto a destinazione che il magnate dà il “meglio” di sé. Circondato da paesaggi di rara bellezza, puri e cristallini, ovunque si giri non riesce a fare a meno di dedurre margini di guadagno. Il legname? Potenziale carta. Un’alce? La sua carne si potrebbe vendere a due dollari la libbra sul mercato di New York. E chissà quanti gas naturali si nascondono sotto quel terreno! Qui, Quo e Qua lo rimproverano continuamente, ma per Paperone – che, non dimentichiamo, qui rappresenta i vizi più ottusi della società capitalista – il richiamo del guadagno è semplicemente irresistibile. Persino quando è “in ferie”: il dollaro non dorme mai.

indiani pigmei

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I Pikoletos

A poco a poco, Paperone scopre che la rigogliosa zona dei Mille Laghi è tutt’altro che disabitata. “Adesso è lui il proprietario qui, e non c’è nessuno che possa fermarlo” avevano mestamente osservato i nipotini. A torto: Barks ce lo aveva suggerito inserendo la battuta in un campo lungo, con i Paperi in secondo piano e tutta l’attenzione convogliata verso un’alce (vista poco prima) che si rivela essere una torretta d’appostamento fabbricata dai Pikoletos.

zio paperone pikoletos

Gli indiani pigmei fanno trovare ai pennuti un monito che ha del geniale: una freccia che indica un uovo. Stando all’onnisciente Manuale delle Giovani Marmotte, il suo significato è chiarissimo: “tornate da dove venite”. Chapeau, Carl.

uovo manuale giovani marmotte

C’è poi qualche schermaglia, che vede quasi sempre vittoriosi i Pikoletos. In grado di comunicare con gli animali, la tribù parla uno strano dialetto che Barks codifica con un ricercatissimo verso libero che imita la ballata The Song of Hiawatha (1855) del poeta americano Henry Longfellow. Tutti i loro balloon contengono quattro versi, di cui ognuno composto da un ritmo ben preciso di otto battute a dir poco musicale. In italiano, dove i Pikoletos parlano in rima, si perde un po’ l’eccezionale ricchezza lessicale imbastita dal Maestro dell’Oregon.

Con qual diritto possedete le nostre foreste?

zio paperone capo indiani pigmei

Differenza di linguaggio a parte, il primo incontro tra Paperon de’ Paperoni e il capo dei pellirossa conserva una drammaticità e un’aura quasi sacrale. I Paperi vengono catturati e sono portati al cospetto del Grande Capo: da qui scaturisce un dialogo che, per quant’è denso e significativo, vale la pena riportare integralmente.

“E ora, o prigionieri / direte per quale ragione / entrati siete furtivamente nella nostra regione.”

“Nella VOSTRA regione? Voi piuttosto, o ribaldi, siete stanziati sul MIO territorio!”

“Voi che giungete da fumose città / diteci in verità! / Con qual diritto possedete le nostre foreste!”

“Ho comprato tutto il territorio! Ecco qui una copia del contratto!”

“Chi ha vergato questi strani segni? / Con qual diritto, con quali pegni / v’ha ceduto il lago e la laguna? / Forse il sole? Forse la luna? / Forse il vento che fa tremar le foglie? / Forse il tuono, forse il lampo / v’ha ceduto il nostro antico campo?”

“No! È stato Trippa Marciapiede! E posso condurti da lui, se non mi credi!”

“Non credo che un tal contratto / sia gradito dai pesci, dal puma e dal cerbiatto! / Dal tasso, dall’alce e dagli uccelli! / Nessuno può cedere queste regioni! / Nessuno può vendere l’acqua o l’aria! Tutto appartiene alla potenza leggendaria / del Sole ch’è il Dio delle stagioni!

Uomo e Natura

Il momento codifica lo scontro inconciliabile tra l’Uomo, parassita e sfruttatore, e la Natura, che non possiede il dono della parola e si esprime per mezzo del capo dei Pikoletos. Barks mostra quest’ultimo su una roccia, in posizione sopraelevata rispetto a Paperone. Mentre legge per la prima volta il contratto d’acquisto, espressione di una società che non conosce né tantomeno riconosce, lo inquadra dal basso, con decisa ombreggiatura sul volto. Lo sfondo è nullo: tutta l’attenzione è per lui e quanto sta dicendo. L’unico altro elemento è un uccellino, innocente espressione della Natura, che guarda incuriosito quel foglietto con cui l’Uomo vorrebbe reclamare il possesso su di lui e sul posto dove abita.

contratto indiani pigmei zio Paperone

Nonostante Paperone cerchi di convincere i nativi che le sue intenzioni sono pacifiche, loro non abboccano. In effetti, persino Barks rende esplicito con parole e gesti che del magnate non c’è da fidarsi. I Paperi devono prima dimostrare di essere fratelli: la prova sarà la cattura di un enorme storione che vive nel lago e divora tutti i pesci. È un predatore formidabile e selvaggio, elemento di disturbo in una perfetta coesistenza armonica.

Paperino storione

La battaglia è durissima, e solo l’astuzia dei Nipotini e la caparbietà di Paperino assicurano la vittoria ai Paperi. L’unico contributo di Paperone, perennemente in disparte, è stato riconoscere gli elementi chimici estratti dal terreno per realizzare una letale pillola di ossido di strombolio.

Come si cambia per non morire

Alla fine, gli estranei vengono accettati (apparentemente) e invitati a fumare il calumet della pace. Poco prima che Paperone inspiri, Barks ci ripete ancora che di lui, il capitalismo accaparratore incarnato, non c’è da fidarsi!

“Non impianterò né fabbriche, né fonderie… o almeno spero di riuscirci… almeno per un po’…” sussurra. Poco dopo, sta tossendo disperatamente: un pellerossa avveduto ha mescolato nel suo tabacco un pizzico di ossido di strombolio.

Paperone, dunque, ritorna a casa. Riverso sul letto, si ridesta quando percepisce il mefitico olezzo delle cartiere e delle fonderie di Paperopoli. Non vuole più tornare nella terra dei Mille Laghi: sta bene lì, in mezzo a quello che lui stesso ha costruito. Paperino è stupito, noi un po’ meno. A ognuno quello che si merita, dopotutto.

È interessante notare come in questa storia Paperone non attraversi mai alcun cambiamento. Anzi: paradossalmente si rivela una persona eticamente meglio disposta all’inizio dell’avventura, per poi non tradire più quelle che sono le sue vere inclinazioni. Barks è consapevole che la morale avrebbe suonato un po’ fasulla modificando le attitudini di Paperone; dunque decide di non far cambiare il suo carattere rendendolo un ritrovato paladino dell’ambiente, bensì di fargli apprezzare quello che lui stesso si è fabbricato! Sta anche qui la grandezza dei Maestri: nel non aver timore di dimostrarsi divisivi.

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Il ritorno degli indiani pigmei

In conclusione, si era detto che i Pikoletos sono stati riutilizzati da Don Rosa per un sequel all’avventura barksiana. Zio Paperone e la guerra dei Wendigo (1991), che ripercorre i temi di Paperino nella terra degli indiani pigmei, ci mostra un altro scontro tra Natura e Uomo. Questa volta sul piano fisico: i Pikoletos dichiarano guerra a un impianto industriale che Paperone ha costruito nei paraggi, e organizzano un attacco frontale di varie specie animali.

L’avventura si distingue da quella di Barks su diversi fronti. In primis, l’introduzione di un personaggio (il manager dell’impianto) a cui assegnare il ruolo di “cattivo-più cattivo” di Paperone, che incarnasse ancora più genuinamente il capitalismo sfrenato e irresponsabile sotto tutti i fronti, risultando forse un po’ caricaturale. In secondo luogo, il finale: Paperone sembrerebbe iniziare a comprendere i piaceri di preservare la natura in maniera disinteressata. Il personaggio ne esce sicuramente più “accettabile” moralmente, ma perde in parte l’ambiguità dell’avventura barksiana.

Terzo, e più importante: Don Rosa ambienta Zio Paperone e la guerra dei Wendigo in una zona dei Mille Laghi tutt’altro che incontaminata. La deforestazione e l’inquinamento hanno raggiunto, divorato e masticato anche quei luoghi così puri che avevamo visto meno di 40 anni prima. A posteriori, è ancor più veritiero il finale amaro della storia di Barks: l’Uomo non ha imparato proprio un bel niente. E probabilmente non lo farà mai.

Mattia Del Core

Apparato iconografico © Disney – Panini Comics

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