La prima caccia al tesoro di Zio Paperone (che ispirò Indiana Jones)

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Ormai lo diamo per assodato: Zio Paperone è un esperto di cacce al tesoro. Non dobbiamo neanche sforzarci di fare mente locale: è la norma vederlo a bordo di mezzi di locomozione strampalati, intento a raccattare i parenti per trascinarli (il più delle volte controvoglia) ai quattro angoli del globo in cerca di bottini perduti. Ma non è sempre stato così: ci sono storie che precedono questa velleità del plurimiliardario. Ce n’è una, in particolare, che diede il via a questo fortunato filone, ne incarnò da subito il prototipo ideale e, tra le altre cose, fu di ispirazione a George Lucas per il film Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Stiamo parlando di Zio Paperone e le sette città di Cibola, autentico capostipite della caccia al tesoro paperoniana.

Immaginatevi Carl Barks, il “papà” di Paperone e di tante altre figure ricorrenti del cosmo Papero, seduto al ristorante. Consuma quanto ha ordinato (probabilmente una bella bistecca impanata con insalata di cavolo, il suo piatto preferito¹), gustandosi il momento di relax. Fortuna vuole che nel tavolo accanto ci sia un vecchio ranchero intento a raccontare ai commensali del presunto ritrovamento di una nave tra le sabbie del deserto. La questione è misteriosa: si tratta di una sorta di leggenda del luogo, riportata ciclicamente dai giornali con dettagli e contesti sempre nuovi. Che sia vera o no, a Barks poco importa: quell’anziano cowboy gli ha appena fornito un magnifico spunto!²

“Sì, va bene l’intervista, ma dov’è il mio manzo impanato col cavolo?”
Paul Gravett (a sinistra) e Carl Barks (a destra).

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Zio Paperone e le sette città di Cibola, la prima caccia al tesoro

Il ranchero non era stato l’unico a suggerire all’Uomo dei Paperi l’idea alla base de Le sette città di Cibola. L’amico Al Koch, direttore di un centro di assistenza sociale a Indio (California), in precedenza l’aveva accompagnato su un promontorio nei pressi di Thousand Palms, poiché da lì si poteva ammirare una vecchia pista indiana ricca di punte di freccia. Questa suggestione aveva colpito l’immaginazione del Maestro al punto che già quella sera, tra un sorso di bourbon e l’altro di birra³, lui e Koch avevano discusso del primo scheletro della storia. Nella sua idea avrebbe dovuto trattarsi di una breve di dieci pagine (una cosiddetta ten-pager), ma l’elemento della nave sepolta tra le dune contribuì a nutrire e accrescere quello spunto neonato.

La storia, al momento della pubblicazione su Uncle Scrooge 7 del 1954, è intitolata genericamente Uncle Scrooge, senza riferimenti alle sette città. L’incipit vede uno Zio Paperone sempre più annoiato, mentre si accorge di avere ormai le mani in pasta in qualsiasi impresa esistente e di aver fatto soldi in tutti i modi possibili. Non ha più stimoli né nuove iniziative: non prova più il brivido del rischio. Gli basterebbe anche qualcosa di piccolo, iniquo – come un chioschetto di noccioline – ma inedito e, soprattutto, suo. L’occasione gli si presenta quando incontra i nipoti in partenza per il deserto, alla ricerca di punte di frecce indiane (pagate 50 cent l’una da un collezionista).

Il tesoro delle sette città

Ed è proprio qui, su un’antica pista indiana realmente esistente, che scoppia l’irresistibile amore tra Paperone e le cacce al tesoro. Allontanatisi troppo incautamente dalla macchina, i Paperi vengono colti di sorpresa da una violenta tempesta di sabbia che li spinge a inoltrarsi su un sentiero, dove rinvengono un’anfora di ceramica ricolma di gioielli vecchi di almeno mille anni. Chiesto il parere di un professore, si scopre che quei manufatti fanno parte del mitico tesoro delle sette città di Cibola. È presto detto: la spedizione s’ha da fare!

A questo punto entrano in scena i Bassotti, appena scacciati da un centro d’assistenza dallo stesso Koch (ritratto da Barks in un cammeo), che si rifiuta di continuare a pagar loro il sussidio di disoccupazione. I furfanti si mettono sulle tracce di Paperone e famiglia che, intanto, hanno trovato la famosa nave nel deserto e hanno scoperto diverse informazioni sulle città perdute. “Galeotto” il diario di bordo del capitano Francisco de Ulloa, comandante della flotta di Cortez realmente esistito, che descrive l’affossamento del vascello tra le sabbie e il ritrovamento di Cibola.

I Paperi approdano dunque nelle sfavillanti sette città, letteralmente lastricate d’oro e ricolme di pietre preziose: Paperone, ammirando cotanta floridezza, afferma con una gustosa iperbole che lui solo si illudeva di essere ricco! Tuttavia anche i Bassotti sono riusciti a raggiungere le città perdute, e di certo non staranno buoni a guardare…

Zio Paperone, il piacere della scoperta

In Zio Paperone e le sette città di Cibola Carl Barks dimostra una straordinaria padronanza degli strumenti narrativi. Come spesso accade la vicenda viene introdotta gradualmente, partendo da uno spunto primigenio che ha luogo all’interno delle mura domestiche (in questo caso, il Deposito). Paperone, assistito dal suo maggiordomo, sta facendo il bagno nel denaro: si trova dunque in una situazione di rilassatezza e beatitudine, gustandosi quello che ha faticosamente guadagnato. Ma il magnate non è tipo da star quieto, fisicamente o mentalmente. Elenca le varie attività che gli permettono il lusso del bagno nei soldi e presto si chiede: cosa ancora non ho fatto? Come posso smuovere la noia, dimostrare che posso eccellere in un campo sconosciuto, scoprire qualcosa di nuovo?

Precisamente da qui si sviluppano le premesse che portano Paperone a imbarcarsi in una caccia al tesoro. Il piacere della scoperta e del rischio: è per larga parte anche questo a definire il senso dell’esistenza di Paperone. Ed è proprio qui, in quest’avventura fuori dal comune, che tutto ciò viene alla luce. Barks ci presenta uno zione umanissimo, lievemente depresso, alla perenne ricerca di soddisfare un bisogno esistenziale, una lacuna che sente di dover colmare.

A un certo punto Paperone telefona al suo amministratore delegato per chiedergli se, tra i vari affari in cui hanno le mani in pasta, figuri anche la ricerca di punte di frecce indiane. L’amministratore impallidisce, risponde che no, un simile commercio è indegno di un grande miliardario come lui. La vignetta dopo, esattamente la vignetta dopo, Paperone corre entusiasta come un bambino verso la 313, per annunciare ai nipoti che parteciperà alla ricerca di punte di freccia. È senza dubbio uno dei momenti migliori della storia.

Segnali di stile

Un altro momento di sapiente regia barksiana è il brindisi alla tavola calda. I Paperi hanno deciso: l’indomani partiranno per la loro prima, grande caccia al tesoro. Quel brindisi, che suggella un patto, una promessa, un cammino (ben più lungo delle 28 tavole in cui si snoda la storia), viene specularmente ripetuto dalla Banda Bassotti, seduta nel tavolo accanto. I nemici hanno ascoltato tutto, ne sanno quanto i protagonisti, al punto da replicarne i gesti in segno di scherno. È un accento che contribuisce a inquietare il lettore, il quale non sa cosa aspettarsi nelle pagine che seguiranno.

Le città di Cibola, infine, vengono trovate. La prima caccia al tesoro pare essere un successo. Paperone è straboccante di gioia, al punto che in una vignetta sfonda la quarta parete rivolgendosi al lettore e illustrando quanto ha trovato (“quintali di pepite in canestri d’oro”). L’euforia è però smorzata dal racconto di quanto successe agli abitanti delle sette città, ben illustrato su una parete con degli ideogrammi. I conquistadores portarono germi sconosciuti a quelle latitudini, e la popolazione fu colpita da un’epidemia. Ben presto, tutti raggiunsero i pascoli del cielo. La notizia viene accolta con un silenzio grave e pesante, sottolineato dall’uso della silhouette nel momento della scoperta. Mica male, per un fumetto per bambini.

A livello visivo sono davvero interessanti i campi lunghi delle sette città perdute, così come la scelta delle prospettive e dei punti di vista, che permettono di volta in volta una visione diversa delle città scavate nella roccia.

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Curiosità che vi faranno dire “wow, devo leggerla”!

A corredo, qualche gustoso dettaglio per stuzzicare ulteriormente la vostra attenzione.

  • La leggenda delle sette città di Cibola esiste davvero, così come il capitano Francisco de Ulloa e il sentiero indiano. Ne abbiamo parlato in questo articolo.
  • La storia segna il primissimo incontro tra due figure di spicco del cosmo paperopolese: Paperon de’ Paperoni e Archimede Pitagorico. Il primo chiede al secondo il brevetto del mezzo monoruota che sta utilizzando offrendogli addirittura un milione, ma questi rifiuta poiché l’ha già venduto quella mattina alla fabbrica automobili PDP per soli 50 dollari (!). L’inventore riconosce Paperone solo alla fine del loro dialogo: gli dà del voi, come si conviene quando si parla con le persone anziane. Paperone, invece, si rivolge ad Archie con il tu. L’incontro è importante perché sancisce il primo di una serie infinita di scambi che avranno i due personaggi negli anni a venire.
  • Tra tavola 23 e 26 è visualizzato un congegno letale e altamente distruttivo collegato a un idolo di smeraldo, assolutamente da non spostare se non si vuole finire travolti da una gigantesca sfera di pietra. È accertato che George Lucas e Steven Spielberg si siano ispirati proprio a questa trovata per la sequenza introduttiva del film Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, in cui l’archeologo si introduce in un tempio innescando una trappola del tutto simile a quella che si vede nell’avventura di Barks.

L’eredità di Cibola

Zio Paperone e le sette città di Cibola è una storia eccezionale, in primis per aver impostato e dettato un topos. La caccia al tesoro di Paperone e parenti in giro per il globo è divenuto un inamovibile caposaldo del fumetto Disney tutto, con una varietà sconfinata di variazioni sul tema. La scuola italiana, Rodolfo Cimino in testa, avrebbe largamente sfruttato lo spunto per raccontare i più svariati viaggi dell’attempato avventuriero alla ricerca di leggendari bottini. Se abbiamo conosciuto le montagne trasparenti, la fiamma fredda o la bilancia di Brenno, il merito è da individuare proprio in questa storia. Curiosamente, l’esito di questa prima avventura non sarà dei più felici: anzi, si distinguerà per i connotati beffardi e ironici delle ultime vignette.

Di Indiana Jones si è già parlato, ma forse sfugge che Zio Paperone e le sette città di Cibola diede indirettamente il via anche alla fortunatissima serie animata DuckTales – Avventure di Paperi, che a sua volta si ispirava alle atmosfere dei film dell’archeologo interpretato da Harrison Ford.

Fermarsi a riflettere su quanto il fumetto Disney e la cultura pop debbano alla vicenda di Paperone alla ricerca del tesoro delle sette città scoperchia scenari a dir poco entusiasmanti. Con questa storia l’Uomo dei Paperi riuscì a tracciare il modello di avventura colta, scanzonata, ricca di pericoli e di scoperte incredibili, vissuta e condivisa in famiglia, che si rivelò così vincente da non essere invecchiato nemmeno di un secondo in oltre sessantacinque anni.

Mattia Del Core

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Apparato iconografico © Panini-Disney

Fonti e riferimenti:

1. Dalle parole della figlia Peggy e dalla stessa penna di Carl Barks nel questionario consultabile a questo indirizzo.
2. Da La Grande Dinastia dei Paperi n° 8, a cura di Luca Boschi, pp. 8-9.
3. È lo stesso Barks a riferirlo, secondo quanto riportato ne La Grande Dinastia dei Paperi n° 8, a cura di Alberto Becattini, pp. 13.

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