Gastone è il contrario di Paperino? No, di Zio Paperone

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C’è un personaggio, in tutta la mitologia papera, che è il contraltare perfetto del patriarca del clan, Paperon de’ Paperoni.

Rockerduck? Ma no: il “povero” John Davison in fondo rispetta PDP! Il ruolo di eterno secondo, inoltre, lo stimola a fare sempre meglio per poter battere (prima o poi) quello che certamente è un rivale, ma non un contraltare.

Cuordipietra Famedoro, allora? Nemmeno. Cuordy è identificabile come nemesi, antagonista, arcinemico, ma non è proprio il contrario di Paperone. Per certi versi i due miliardari condividono tratti identici: non solo a livello estetico, ma anche caratteriale. La sete di ricchezza, l’intraprendenza, l’astuzia, persino l’abitudine di vivere in un Deposito pieno di denaro. Non si potrebbe mai dire che i due paperi siano i perfetti opposti di un medesimo spettro.

Pensandoci un po’ più a fondo, la risposta appare scontata: il contrario di Zio Paperone è suo nipote Gastone! Ma come? Un parente, che nemmeno gli è nemico? E perché il fortunello non è il contrario del vessato Paperino?

Gastone, Paperino, Paperone: un breve tracciato

Prima di arrivare alla ciccia di quest’arringa sui “contrari paperi”, cerchiamo di capire chi siano questi tre pennuti individui. In poche parole, ovviamente (ché su ognuno di loro ci si potrebbe scrivere un trattato).

Una fondamentale premessa: prenderemo in considerazione solo e soltanto la visione che di questi tre personaggi ha fornito Carl Barks, il Maestro dell’Oregon, principale interprete della fenomenologia papera – che, tra le altre cose, ha addirittura ideato due di questi…

Partiamo dal più semplice: Gastone Paperone. Egli è il più facile e immediato poiché è il suo stesso creatore ad averlo voluto così. Con buona pace di chi in futuro ha tentato di appiccicargli caratterizzazioni più complesse, Gastone è un fanfarone. E poco altro. Un damerino che, in prima battuta, era decisamente più vanesio che fortunato. La fortuna – sfacciata, esagerata, immeritata – arriva in un secondo momento. Va detto però che il suo nome, oggi, si lega immediatamente alla buona sorte. Insomma: Gastone è un indolente fortunello, che vive senza sforzi siccome la Dea Bendata gli fornisce tutto ciò di cui ha bisogno per oziare nel lusso. Una figura introdotta principalmente come antagonista, per far rodere il fegato a Paperino (e lettori).

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Ma eccolo, Paolino Paperino. Si sa, Paperino è spesso associato alla sfortuna. Ma è poi vero? Secondo chi scrive (e guardando alla cosmogonia barksiana) non esattamente. Donald è più che altro un antieroe impaziente. Uno che non ha tempo per applicarsi, capire, respirare: deve agire, coltivandosi quella che poi etichetta come sfortuna. Lo vediamo in tante avventure di Barks in cui dimostra tenacia e spirito d’intraprendenza, nonché un notevole talento per una taluna disciplina, che gli vale ragguardevole successo. Salvo poi mandare tutto all’aria a causa della distrazione, dell’eccessiva sicurezza o della smania di fare.

Paperon de’ Paperoni è altra storia ancora. Nelle storie del Barks maturo, PDP è un self-made-man, l’incarnazione del sogno americano. Retto, determinato, stacanovista. Uno che si è fatto da sé, a partire dalla Numero Uno, la prima monetina guadagnata col sudore della fronte. Ecco, una monetina: ricordatevene. Ci torneremo.

Sinonimi e contrari

Già da queste descrizioni striminzite appare chiaro quali siano le figure veramente agli antipodi. Da una parte Gastone, un dandy che non ha (quasi) mai faticato in vita sua, gode di privilegi e lussi che non si è meritato e si crogiola nella sua vita placida e pacchiana, fatta di auto sportive e pranzi offerti in quanto milionesimo cliente. Dall’altra Paperone, uno che si è letteralmente costruito con le sue sole forze, si è guadagnato ogni singola moneta dei tre ettari cubici custoditi nel suo leviatanico Deposito e crede nel lavoro non solo come mezzo attraverso il quale autodeterminarsi, ma anche grazie a cui l’individuo può nobilitarsi, migliorarsi e dare un senso alla propria esistenza.

Già questo potrebbe bastare: uno si fa vanto del non aver mai lavorato, l’altro pone il lavoro come primigenia pietra angolare della sua intera fortuna (che, per lui, è la sua stessa vita). In mezzo spunta però Paperino, spesso indicato come contraltare di Gastone. Come mai, invece, per chi scrive non è così?

Semplice: Paperino è uno che ci prova. E cerca di migliorarsi. Che il lavoro (non nella classica scuola italiana capitanata da Guido Martina, lo ribadiamo, ma in Barks) non per forza lo schiva. Anzi: se c’è da rimboccarsi le maniche non si tira indietro. Il problema è che spesso (molto spesso) non ce la fa fino in fondo. E allora via di mezze vittorie, piene sconfitte o totali Caporetto. Ma ecco, Paperino in fondo è contento di quello che ha. Paperina, i nipotini, gli amici: insomma, gli affetti. Quelli che Gastone – che sta benissimo tra le sue mura dorate straripanti di bambagia – non avrà mai. In questo Paperino è simile a Paperone: si impegna, è propositivo, ha una famiglia su cui può contare e che, in fin dei conti, ne rappresenta la vera forza.

Sotto un altro punto di vista, invece, Paperino è simile a Gastone. Entrambi si accontentano di quello che hanno: non è raro sentire il primo affermare che a lui basterebbe un gelato per essere felice (se possibile alla vaniglia), oppure un bicchiere di frizza-frizza. Il secondo, si è già detto, ha consacrato tutta la sua vita sull’altare dell’edonismo. Entrambi i cugini paperi possiedono i semi della fannullaggine e della semplicità.

Sotto alcuni aspetti ben circoscritti, il carattere di Paperino si intreccia con quelli di Paperone e Gastone, ma non si potrebbe mai e poi mai dire lo stesso di Paperone e Gastone. L’unico tratto comune – l’agiatezza economica – non si dovrebbe neanche intendere come tale: quante volte leggiamo che Paperone non sfrutti la sua potenza economica, se non per baloccarsi come un infante? Il suo non è benessere, quanto una catasta di giochi e ricordi. Non la dilapiderebbe per pagarsi una cena di lusso o un materasso ad acqua, come invece farebbe (con ampia soddisfazione) il nipote Gastone. I due, sotto ogni aspetto, sono opposti e distinti.

Paperino e l’amuleto del cugino Gastone

Questo ragionamento doveva essere, almeno in parte, condiviso anche da Carl Barks. Forse non in piena coscienza, forse non con chiari e precisi intenti. Ma è un discorso che troviamo dipanato, chiaro e limpido come una polla d’acqua montana, nella fulminante storia di dieci tavole Paperino e l’amuleto del cugino Gastone (Gladstone’s Terrible Secret, del 1952). Cosa accade in questa ten-pager?

Paperino e i nipotini decidono di pedinare Gastone nel corso di una sua – aurea – giornata-tipo. Il motivo è presto detto: vogliono capire a cosa debba il cugino la sua straripante fortuna. Ancora non sanno, meschini, che la buona sorte di Gastone è tale proprio perché cieca, non richiesta tanto quanto esagerata. Gastone e la sua stella, perennemente brillante, esistono per lasciare i comuni mortali a ragionare delle proprie disgrazie, come sarà proprio Paperino a constatare all’incirca a metà avventura.

Tuttavia i Paperi (a cui nel frattempo si è unito anche lo zio Paperone) ne sono certi: ci dev’essere una spiegazione razionale alla base di tanta fortuna. Gastone non può essere così “e basta”: senza una ragione logica, le miserie di tutti gli altri apparirebbero di colpo più nere.

E allora il clan s’introduce di soppiatto nell’abitazione del cugino Gastone, dove Paperino aveva notato una curiosa cassaforte che suonava vuota: il proprietario aveva rifiutato categoricamente di parlarne. La serratura viene forzata. All’interno c’è… una monetina. Un decino per l’esattezza, come ci svela la versione originale, americana, dell’avventura.

Due decini, due destini

Quindi? È quello il nichelino portafortuna di Gastone? È a quello spicciolo che egli deve la sua vita agiata e priva di qualsivoglia preoccupazione? Che ridicolaggine: certo che no. Lo sapevamo già: Gastone è fortunato perché è Gastone. Per farci sentire più mediocri e più iellati. Questo è solo l’ennesimo schiaffo, ma ce lo siamo cercato noi.

No: quello – rivela Gastone – è il decino che lui ha guadagnato col sudore della fronte, quando, in un momento di debolezza, ha lavorato. Che onta per uno come lui, che dell’accidia fa la sua quotidiana bandiera. Che vergogna. Lo confessa alla famiglia in lacrime, coprendosi la faccia. Sta rivelando il suo segreto più oscuro: è stato anche lui, una sola volta, mortale. C’è il nichelino a dimostrarlo. È precisamente in questo senso che si configura il contrasto più aspro, inconciliabile ed evidente tra Paperone e Gastone. Tutta colpa di un decino.

Il primo è fiero di aver guadagnato con merito la sua Numero Uno, primo passo non solo di un colossale patrimonio, ma anche di una vita forgiata nel duro lavoro, nella volontà d’acciaio e in improbe fatiche. Quella monetina (che in realtà era stata una truffa: americana, era inutile in Scozia) lo aveva spronato a essere più duro dei duri e più furbo dei furbi e a far quadrare onestamente i propri conti. Era stata un’ispirazione, una guida, un vanto, a cui votare la propria esistenza e a cui guardare ogni qualvolta si fosse smarrita la strada.

Il secondo, tutto il contrario. Si vergogna di essersi abbassato addirittura a lavorare; di aver guadagnato con merito qualcosa l’unica volta nel corso della sua intera vita. Quel decino, presumibilmente, era stato subito occultato in cassaforte e mai più tirato fuori. Per Gastone il fortunato, quella era una macchia. La sua strada ce l’aveva già ben chiara: condurre un’esistenza agiata senza dover mai muovere un dito. Il lavoro non nobilita, infanga.

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Niente che possa essere pubblicato

Come finisce questa piccola enorme storia, capace da sola di mettere in luce le due estremità opposte dello spettro della commedia papera? Con una vignetta banale e laconica, così tanto da essere illuminante.

Per tutta l’avventura Carl Barks ci aveva infastidito con le evidenti manifestazioni di fortuna sfacciata di Gastone. Il damerino aveva reperito ogni voce della sua lista della spesa, persino cosciotti d’agnello e salterelli, e aveva schivato una squisita torta di mirtilli solo perché la desiderava specificatamente farcita con le mele. Poi, l’amara verità: la buona sorte di Gastone non è spiegabile. C’è e basta. Anzi, lui persino si vergogna di aver avuto un momento di normalit… ehm, di debolezza.

A questo punto, una certa nausea sarebbe salita a tutti, è normale. Figuriamoci a uno che si sente perseguitato dalla iella e a un altro che sul lavoro ci ha costruito il proprio impero. Sul finire della storia, in originale, Paperino chiede a Paperone: “qualche commento?”. E il secondo, con il disgusto palpabile oltre la silhouette: “niente che possa essere pubblicato sul giornale”. Ancora meglio in italiano, dove il disprezzo per Gastone esonda oltre il nero che occulta i personaggi: “preferisco mantenere un dignitoso riserbo“.
E, in effetti, non c’è bisogno di aggiungere null’altro.

Mattia Del Core

A Stefano, Alessandro, Antonio, Agnese, Giulia, Marta, Ginevra, Francesco, Angelo e Giacomo, che sono sempre vicini anche se distanti.

Immagini © Disney

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