Walt Disney secondo Umberto Eco e Gianni Rodari

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Il 5 maggio 1961 andò in onda sulla RAI uno speciale dal titolo Il mondo di Walt Disney: gli anni difficili, i trucchi e i personaggi del mago dei cartoni animati. Durante la trasmissione intervennero Umberto Eco e Gianni Rodari, insieme al compositore e direttore d’orchestra Francesco Mander, per offrire il loro punto di vista sull’opera e il percorso dello zio Walt. Un commento sul miracolo Disney, sulle sue conseguenze culturali e sociali, da parte di alcune delle menti più brillanti della nostra nazione.

Il re e i suoi limiti

Gianni Rodari non è stato solo un meraviglioso scrittore, ma anche un eccelso teorico dell’arte di inventare storie (un aspirante scrittore non può esimersi dalla lettura di Grammatica della fantasia). L’autore de Il pianeta degli alberi di Natale riconosce a Mr. Disney tre geniali intuizioni da uomo di cinema, che l’hanno portato a diventare il re dello spettacolo: la presa di coscienza dell’importanza del cartone animato come mezzo per creare spettacolo, non solo come “gioco”; l’importanza del colore e quella del suono come mezzi espressivi all’interno dei suoi prodotti.

Disney non ha solo saputo sviluppare (talvolta addirittura creare) le tecniche adatte per sfruttare tutte le possibili risorse espressive a sua disposizione. Per Rodari, il padre del Topo ha trovato la chiave per parlare contemporaneamente ad adulti e bambini, ovvero la combinazione di meraviglioso e comico. Quest’ultimo, nella sua declinazione satirica di commento alla società può facilmente sfuggire al bambino, al quale è garantito però l’intrattenimento dal complesso dinamismo del cartone animato, che propone un movimento continuo dal ritmo forsennato.

Su questo punto, però Rodari individua un limite del cartone animato Disney: il bambino si trova come sopra a una giostra, divertito, intrattenuto, ma quando il giro finisce, resta poco su cui riflettere.

disney eco rodari
A sinistra Gianni Rodari, a destra Umberto Eco

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Topolino, il self-made man americano

Umberto Eco era un grandissimo appassionato di fumetti (ebbene sì), quindi non sorprende che la sua analisi parta proprio dal fumetto Disney e dai suoi personaggi. I Topi e i Paperi, secondo l’autore de Il nome della rosa, hanno quasi subito ottenuto una vita propria, fuori dal controllo del loro creatore: sono figure mitologiche, al passo con i tempi, o meglio, espressione dei tempi.

Eco illustra questo processo di mitizzazione attraverso il raffronto tra le due figure cardine della banda Disney: Topolino e Paperino.

Topolino è il personaggio che nasce dal periodo del bisogno, delle difficoltà economiche (sia di zio Walt che degli USA). Mickey Mouse è un self-made man, l’uomo che si fa da solo, vero prototipo dell’ideale ottimistico americano: grazie ad abnegazione, onestà, duro lavoro e intraprendenza si può ottenere tutto. Il self-made man solitamente parte dal basso, dalla povertà, e raggiunge il successo anche grazie alla propria generosità e voglia di migliorare il contesto in cui vive. Ma una visione così positiva del capitalismo (diciamolo, tutta statunitense) non sarebbe sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale.

Nel Dopoguerra, infatti, il Topo inizia a perdere consensi a favore di una maggiore popolarità della sua spalla storica, Paperino. Il personaggio, nevrotico e antipatico, viene definito dallo stesso Eco il figlio del Dopoguerra: una società che aveva visto l’abisso dell’animo umano, evidentemente, non riusciva più a identificarsi con l’eroe del duro lavoro, con chi crede che la bontà venga sempre premiata. Questo potersi identificare con la società, rappresentarla in un certo senso, testimonia l’efficacia dei personaggi creati da Walt Disney. E ne spiega anche lo spropositato successo.

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Zio Walt e Topolino

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L’industria ha ucciso la poesia?

Eco individua il successo mondiale di Disney proprio nella natura dei personaggi da lui creati. Tanto per cominciare, sono abbastanza semplici da risultare universali: nella semplificazione, essi perdono il loro sapore tipicamente statunitense e diventano simboli archetipici. Questa universalità è sostenuta anche dall’intuizione di trasporre atteggiamenti umani su dei personaggi animali (intuizione tipicamente favolista). Infine, la capacità di sfruttare il patetico che, citando direttamente Eco, è sempre un grande conquistatore di folle.

Ma proprio il successo, secondo questi prestigiosi commentatori, potrebbe aver distrutto Disney. Francesco Mander, da compositore, cita ovviamente Fantasia. Questo film, nella sua opinione, mostra il grande limite di Walt, che è stato in grado di tradurre solo la parte fisica e descrittiva della musica. L’atteggiamento pratico del produttore cinematografico ha portato a un’analisi superficiale di musiche complesse. Mander porta come esempio la Pastorale di Beethoven, che è stata meramente illustrata, ignorando il sottotesto archetipico e religioso della composizione.

Questa superficialità è forse da imputarsi al processo industriale delle produzioni di Walt Disney. Ormai non più artigiano, come lo definisce Eco, ma costretto a determinate scelte tipiche della situazione lavorativa/collettiva in cui si trova. Questa perdita della vena garbata e poetica che secondo Mander caratterizzava i primissimi lavori di Walt è, per i due commentatori, il demerito più grave di Mr. Disney.

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Fantasia, i “puttini” della Pastorale

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Walt Disney: artista oppure no?

Eppure, Gianni Rodari a suo modo apprezzava questo atteggiamento di Walt Disney. Non lo riteneva da creatore d’arte, ma lo definiva un atteggiamento onesto. Non è certo un mistero che nelle grandi produzioni hollywoodiane di ogni tipo il marketing svolge (e lo ha sempre fatto) un ruolo predominante. Lo stesso succedeva e succede in casa Disney. Però, in questa costruzione di prodotti perfetti, godibili da tutti, Rodari vedeva un grande rispetto per il pubblico. Specialmente in un periodo in cui l’intrattenimento per l’infanzia non veniva preso sul serio neanche dai suoi stessi autori.

Nelle parole di questi prestigiosi ospiti echeggia il vecchio dibattito tra cultura di massa e cultura alta. Cos’è l’arte e cosa il mero intrattenimento? Forse le linee di demarcazione sono più fluide di quanto si pensi. La conclusione di questo dibattito sulla figura di Disney, affidata a Umberto Eco, sembra dirci proprio questo.

Gli artisti, ci dice l’autore, si dividono in provocatori o consolatori. Walt Disney è stato entrambi. Nella primissima fase del suo percorso è stato di certo un provocatore, soprattutto dal punto di vista tecnico. Ma non solo: il papà di Topolino ha dato una dignità al cartone animato, un valore all’intrattenimento dei più giovani, impensabili prima del suo avvento.

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Poi l’uomo e la sua arte evolvono verso una funzione consolatoria. È stato il cambiamento delle tecniche produttive, più corali, più ampie? Il successo e la necessità di avere presa su un pubblico più vasto ed eterogeneo? O forse era ciò di cui la società dell’epoca aveva bisogno? Nessuno può rispondere con certezza, ma una cosa è certa, ed è lo stesso Eco a ribadirla: la funzione del consolatore è indubbiamente necessaria per la società.

Forse non si risponderà mai al quesito: cos’è un artista? Certo, questo articolo non l’ha fatto, ma ora ha bisogno di una chiusura. Potrebbe essere una citazione di Oscar Wilde: la bellezza è negli occhi di guarda. Difficile capire “l’onestà” di un artista quando di mezzo ci sono guadagni milionari. Difficile capire il suo valore, quando parte del suo lavoro si basa su ricerche di mercato e sui più disparati talenti tecnici e artistici alle sue dipendenze.

Però, se un balletto di alberi e fiori ha consolato un’America che stava uscendo a fatica dalla Depressione, se un Topo e un Papero sono diventati dei miti, come Ulisse o Achille, se adulti e bambini di ogni epoca e cultura hanno reagito con un sorriso o una lacrima dopo una storia dello zio Walt, qualcosa di speciale deve pur esserci dietro tutto questo.

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Gabriella Vajano

Fonti: Archivi Rai

Immagini: © Disney | Wikipedia | CircoloLettori

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