Top&Flop di Walt: La bella addormentata nel bosco

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«Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e il più bello di tutti» dice il padre a Mulan. In questa frase, che sarebbe stata pronunciata ben 39 anni dopo, è racchiusa tutta l’essenza de La bella addormentata nel bosco, il 16º Classico Disney e uno degli ultimi a cui Walt prese parte in prima persona.

La recente rivalutazione dei cosiddetti flop Disney ha per diverso tempo faticato a raggiungere questo film. Gli aggettivi sono talvolta “lento”, “noioso” e “retrogrado”. L’unico elemento de La bella addormentata che ha conquistato i cuori degli spettatori moderni è il suo villain, Malefica. Tuttavia, estrapolata dal film d’origine e resa protagonista di opere mediatiche completamente diverse.

Ciò che non risalta a prima vista, la storia nascosta di questo film, è proprio quello di cui parleremo in questo articolo. L’avvenirismo grafico e tematico de La bella addormentata nel bosco la rendono una delle più preziose gemme nascoste della filmografia disneyana; la pietra tombale di un periodo dell’animazione che oggi non esiste più.

Breve suggerimento per questo articolo: la lettura accompagnata dalle musiche originali di Pyotr Ilyich Tchaikovsky sarà indubbiamente più d’atmosfera. Detto questo, senza indugiare oltre, vi presentiamo la storia de La bella addormentata nel bosco.

bella addormentata

L’epoca d’argento della Disney

Nel 1951, Walt Disney stava attraversando il periodo più gioioso e ricco di possibilità della sua vita. Dopo otto anni trascorsi a produrre film collettivi, i cosiddetti “classici di guerra”, era finalmente riuscito a tirare la nave in secco dal pantano dei debiti e della bancarotta. E anche questa volta, come nel lontano 1937, a salvarlo era stata una principessa: si trattava di Cenerentola, il lungometraggio del 1950 che, a fronte di un budget di meno di $3 milioni ne aveva guadagnati ben 8.

Questo fortuito ritorno in carreggiata permise a Walt di realizzare un sogno che coltivava fin dagli anni ’20: un adattamento animato di Alice nel paese delle meraviglie. Il suo progetto del cuore, che aveva provato a mettere in pratica a più riprese venendo fermato a turni alternati dalle limitazioni tecniche ed economiche, vide la luce nel 1951.

alice cenerentola peter pan

Seguirono due film accolti tiepidamente dalla critica e dal box office: Le avventure di Peter Pan del 1953 e Lilli e il vagabondo del 1955. La Walt Disney Productions stava attraversando un periodo di stallo noto come epoca d’argento. I film realizzati in questo periodo creavano sensazione e poi, silenziosamente, cadevano nell’oblio, coprendo appena i costi per produrli.

Walt Disney non avrebbe sopportato ancora per molto questa calma apparente. Ricordava il gargantuesco passo avanti nella storia dell’animazione che aveva compiuto Biancaneve e i sette nani. Sentiva in cuor suo di voler replicare il coraggio e la sperimentazione di quei tempi. E ancora una volta, sapeva che la risposta sarebbe stata in una fiaba con protagonista una principessa.

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La scelta della fiaba

bella addormentata

La fiaba e la principessa che Walt Disney e il suo team di sceneggiatori cercavano avrebbero dovuto distaccarsi sia da Biancaneve che da Cenerentola. Via l’innocenza della prima, via l’ottimismo della seconda. L’obiettivo era trovare una storia dal pathos drammatico intenso, e che potesse portare gli animatori su strade mai percorse fino ad allora.

Ciò a cui Disney ambiva sopra ogni cosa era una sceneggiatura che potesse reggersi unicamente sull’intreccio principale, senza bisogno di gag o sottotrame delle varie spalle comiche. Erano assolutamente da evitare quindi personaggi quali i sette nani o i topini di Cenerentola. Essi potevano andar bene per un film il cui scopo principale era accattivarsi il pubblico, ma avevano il malus di interrompere il ritmo della storia e cozzare con il tono generale della pellicola.

Ben presto, stringendo il cerchio, il candidato finale divenne La bella addormentata. Una fiaba dalle molteplici versioni, il cui elemento in comune era l’atmosfera cupa e violenta. Come per Biancaneve e i sette nani, si partiva da quattro scarni paragrafi da cui partorire la sceneggiatura di un film di minimo un’ora. Come al solito, non era un compito facile.

Le versioni de La bella addormentata

bella addormentata

La prima attestazione del tema della principessa addormentata si incontra in Perceforest, romanzo cavalleresco francese risalente al 1340. La principessa protagonista, Zellandine, cade addormentata dopo avere a lungo atteso il ritorno dell’amato costretto a una cerca dal re suo padre. Al ritorno, il giovane trova la ragazza immersa in un sonno profondo, e ne approfitta per violentarla. La susseguente nascita del bambino risveglia Zellandine, che sposa l’uomo che l’ha messa incinta.

La prima versione in forma di vera e propria fiaba, però, è da ricercarsi in Sole, Luna e Talia del 1634, scritta da Giambattista Basile per il suo Pentamerone. È ignoto se Basile sia stato a conoscenza del Perceforest, o se abbia attinto alle credenze folkloristiche della Campania. Questa versione, esclusa una sottotrama concernente la suocera della principessa, non differisce molto da quella precedente: la protagonista, Talia, è sempre una vittima di violenza.

bella addormentata goble

È nel 1697 che Charles Perrault dà alle stampe la versione finora più riconoscibile de La bella addormentata; la principessa (senza nome, ma nella versione dei Fratelli Grimm chiamata Rosaspina) è risvegliata dal bacio di un principe stavolta più civile e rispettoso. Sarà questa versione a ispirare il balletto de La belle au bois dormant di Tchaikovsky, che darà alla principessa il nome di Aurora.

Zellandine, Talia, Rosaspina, Aurora. Quattro illustri madrine da cui gli sceneggiatori della Disney dovranno attingere tutti gli elementi che la Storia ha fornito loro, per creare la principessa perfetta.

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L’anti-Biancaneve

Come ormai tradizione fin dai tempi di Biancaneve e i sette nani, gli sceneggiatori dovettero dunque raccogliere quel poco che la fiaba aveva da offrire e trasformarlo in uno script cinematografico a tutto tondo.

Il primo passo necessario fu rivedere tempo della storia e tempo del racconto. Il periodo che la principessa trascorre dormiente, infatti, è nelle versioni originali di ben 100 anni. Questo non solo avrebbe reso necessaria una narrazione che spiegasse cosa sarebbe avvenuto (interrompendo il ritmo), ma avrebbe reso illogica la presenza degli altri abitanti del regno.

bella addormentata

Inoltre, la storia originale era idealmente divisibile in due sezioni: quella prima del sonno incantato, il cui focus principale sarebbe stata la paura che la principessa toccasse il fuso; e quella dopo, che si concentrava sulle vicissitudini della madre del principe (nella fiaba) o su una festa con protagonisti i personaggi delle fiabe (nel balletto). La decisione presa dal team Disney risolse entrambi gli inconvenienti: la principessa avrebbe dormito solo per qualche ora, e il climax sarebbe stato la battaglia del principe contro le forze del male.

Dalla piega tenebrosa che la vicenda stava prendendo, era chiaro ancora una volta che La bella addormentata non sarebbe stato una copia carbone di Cenerentola o Biancaneve. Non vi sarebbero state modernizzazioni, addolcimenti, o allentamenti della tensione. A riprova di questo passaggio di testimone fra le tre opere, Walt Disney inserì nella sceneggiatura due scene, ognuna delle quali concepita per uno dei due film ma mai messa in pratica per mancanza di mezzi: da Biancaneve e i sette nani ereditò il principe nelle segrete dell’antagonista tormentato dagli scagnozzi, e da Cenerentola la scena della coppia regale che danza fra le nuvole.

Bozzetti originali di Biancaneve e i sette nani.
Bozzetti originali di Biancaneve e i sette nani.

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Walt Disney, il grande assente

Walt Disney, come accennato, fu naturalmente il motore del film; sua la mano che infranse la bottiglia e varò questa grande nave. Quello che non abbiamo detto, invece, è che varata la nave egli non avrebbe partecipato al viaggio.

Un numero spropositato di cose bolliva in pentola alla Company, e distraeva Walt. Penso che probabilmente lo interessassero in qualche modo di più di quanto l’animazione non abbia fatto in passato.

Roy Disney, fratello di Walt e cofondatore degli studios

Una di queste cose era sicuramente la televisione. Il suo avvento negli anni ’50 significava regalare a ogni famiglia in possesso dell’apparecchio un flusso continuo di intrattenimento direttamente a casa sua. Coloro che erano in grado di garantire questo flusso, non si sarebbero certo lasciati scappare un’occasione così ghiotta. E un magnate ricco e amante delle sfide come Walt Disney non poté certo resistere.

disneyland

Ma c’era qualcos’altro di nuovo in casa Disney, ben più importante; uno dei sogni di Walt dal lontano 1939, un rivoluzionario parco a tema chiamato Disneyland. Erano decenni che Walt sognava di creare un mondo in miniatura dove potessero divertirsi sia adulti che bimbi. Il progetto era già pronto, occorrevano solo i finanziamenti. In un colpo di fortuna, l’emittente televisiva ABC offrì a Disney $5 milioni se avesse accettato di realizzare un programma d’intrattenimento. E fu così che Walt prese due piccioni con una fava, chiamando inoltre il castello che troneggia all’entrata del parco “Castello della Bella Addormentata” (esso diverrà, a sua volta, logo ufficiale della Walt Disney Pictures a partire dal 1985).

Questo vortice di novità e rivoluzioni tenne la mente di Disney relativamente lontana da La bella addormentata nel bosco. Gli incontri con gli sceneggiatori e gli animatori, in cui forniva il suo prezioso feedback e teneva le redini dei vari reparti, si fecero sempre più sporadici. La produzione iniziò a soffrirne, e si iniziò ad accumulare ritardi. La sceneggiatura finale fu pronta solo nel 1954, ben tre anni dopo l’inizio dei lavori.

disney e disneyland

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L’arte de La bella addormentata nel bosco

In questo clima di precarietà, si diede inizio al trasferimento della storia sui tavoli da disegno. Era naturale che le differenze con i predecessori, e la serietà dei temi, avrebbero significato anche uno stile artistico completamente nuovo.

Il primo input venne dal progettista delle attrazioni di Disneyland, John Hench: durante una visita al Metropolitan Museum of Art di New York, l’artista notò gli arazzi del ciclo Caccia all’unicorno, realizzati tra il 1495 e il 1505. Colpito, acquisì delle riproduzioni e le portò all’attenzione di Walt Disney. Anch’egli rimase incantato, soggiungendo che il suo film avrebbe dovuto essere proprio come quelle opere medievali, «un arazzo vivente».

Prima di lasciare il progetto nelle mani dei sottoposti, Disney si ricordò di un background artist alle sue dipendenze, Eyvind Earle. Iniziato il suo viaggio nel 1953 con gli sfondi di Pippo torero, aveva culminato la sua carriera disneyana con il cartone Premio Oscar Toot, Whistle, Plunk and Boom, distinguendosi per il suo stile spigoloso e astratto. Convocato Earle, Disney analizzò i bozzetti che gli aveva commissionato per assicurarsi che fosse l’uomo giusto per concretizzare la sua visione. Eyvind Earle passò la prova.

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Gli sfondi

Nei lavori di Earle vi era una mescolanza di diversi fattori: in primo luogo gli schizzi preparatori eseguiti da John Hench; poi vi fu una pesante influenza di arte medievale, in primis il manoscritto miniato Très Riches Heures du Duc de Berry; infine, si assisteva a una contaminazione positiva di Art Déco e astrattismo, portati avanti in casa Disney dalla disegnatrice Mary Blair. Quest’ultimo stile, in particolare, ricordava molto il design dei cartoni dello United Productions of America (UPA), studio d’animazione indipendente nato a seguito dello sciopero degli artisti Disney del 1941.

Mr. Magoo in un classico cartone UPA.
Mr. Magoo in un classico cartone UPA.

Il risultato finale presentava agli occhi di chi lo rimirava paesaggi lussureggianti, dettagli meticolosi e colori penetranti. Sarebbe stato magnifico incorniciato e appeso a una parete, ma invece avrebbe dovuto essere inserito in un film. E su sfondi del genere, lo stile d’animazione tradizionale avrebbe cozzato in maniera improponibile. Divenne necessario (anche dietro un perentorio ordine di Walt) adeguare ogni reparto allo stile di Eyvind Earle.

E fu così che l’ammirazione che gli animatori provavano per il lavoro del collega si trasformò in astio. Non solo rifiutavano l’autorità di questo parvenu, ma per la prima volta alla loro immaginazione galoppante erano stati posti dei freni. Disapprovavano lo stile slanciato e tagliente di Earle, credendolo poco adatto e troppo moderno per una fiaba. Ma le loro lamentele e la loro discordia iniziavano a mettere seriamente in pericolo l’intera produzione, e quindi gli animatori dovettero alla fine adeguarsi al design di Eyvind Earle.

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L’animazione

Come abbiamo detto, gli animatori della Disney seguirono controvoglia le direttive di Eyvind Earle e disegnarono i personaggi secondo questi dettami. Il risultato sono figure stilizzate e geometriche, lanciate verticalmente attraverso lo schermo, che trasmettono rispetto ai loro predecessori una sensazione complessiva di freddezza e ineluttabilità.

Per completare questo stile, sovvenne agli animatori un dettaglio da non trascurare: la recitazione dei personaggi avrebbe dovuto adattarsi anch’essa alle nuove circostanze. I gesti teatrali, le espressioni esagerate, le reazioni spiccatamente “da cartone animato” non avrebbero trovato posto ne La bella addormentata nel bosco. Prese piede invece una recitazione discreta, caratterizzata da gestualità sottili e cariche di significati impliciti.

Nonostante le ulteriori proteste degli animatori, poco propensi a rassegnarsi, Walt Disney impose di utilizzare degli attori in carne ed ossa per produrre filmati a cui ispirarsi, le cosiddette live-action references. La loro influenza è chiaramente avvertibile nel prodotto finale, ma è palese che questa volta la tecnica del rotoscopio (pellicola ricalcata) non è stata utilizzata.

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I personaggi

La bella addormentata nel bosco non è stato concepito come un film character-driven. Si potrebbe parlare di un peculiare art-driven, ma di certo lo spazio dedicato ai personaggi non intende accattivarsi le simpatie del pubblico. Essi sono al servizio della fiaba e dell’«arazzo vivente» di Walt Disney. La scena più vicina al canone classico degli studios è senza dubbio il brindisi dei re Stefano e Uberto, accompagnati da un personaggio comico muto, il menestrello ubriaco; per quanto iconica ed esilarante, non dura che pochi minuti.

Una costante individuabile in gran parte dei classici Disney delle prime epoche è la migliore caratterizzazione di personaggi secondari e villain rispetto ai protagonisti, e l’aumento di popolarità che ne consegue. Questo è doppiamente vero con La bella addormentata, che ha dato alla luce un’antagonista destinata al successo attraverso gli anni e ha reso le aiutanti magiche il vero motore della storia.

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Aurora

La protagonista della fiaba e del cartone, Aurora, è curiosamente anche il personaggio che ha ricevuto più critiche. Gli spettatori contemporanei al film l’hanno giudicata troppo simile a Biancaneve, con la sua abitudine di parlare agli animali del bosco producendosi in vocalizzi operistici. Quelli moderni, invece, l’hanno accusata di eccessiva staticità e prevedibilità.

In risposta ai primi, va spezzata una lancia a favore degli artisti della Disney: accortisi anche loro delle similitudini tra le due principesse, si sono adoperati al meglio per limarle. Innanzitutto, rimossero una scena in cui Aurora esprimeva il desiderio di incontrare l’amore vicino a un pozzo dei desideri. Poi, ancora più audacemente, inserirono una sequenza in cui l’innocenza della principessa veniva “corrotta” dall’ipnosi di Malefica. Mai con Biancaneve si era pensato di esporre la protagonista al male in maniera così esplicita. Per citare Alfred Hitchcock: «le bionde sono le vittime migliori, sono come neve intatta che mostra impronte insanguinate».

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Anche il design di Aurora è sviluppato in modo da integrarsi nel look del film e al tempo stesso distinguersi dalle sue colleghe. Le forme del suo corpo sono basate su quelle di Audrey Hepburn, longilinea e statuaria; i lineamenti e la chioma fluente appartengono invece alla sua modella in live-action, Helene Stanley. Fu animata da Marc Davis, specialista della figura femminile, che imbevve ogni suo movimento di grazia regale. La sua voce invece, nella versione italiana, è di Maria Pia Di Meo per il parlato e Tina Centi per la parte cantata.

Il principe Filippo

Il principe Filippo non ha riscosso maggior successo della sua sposa. Il suo personaggio ha però avuto una certa notorietà all’epoca: fu il primo principe della Disney ad avere un nome proprio, e anche il primo ad avere un ruolo attivo nella storia. Il suo nome fu scelto basandosi su Filippo di Edimburgo, e le sue fattezze ancora una volta modellate sull’attore in live-action Ed Kemmer. Fu animato da Milt Kahl, artista di talento che, a suo dire, si annoiò non poco con un personaggio “normale” come Filippo. La sua voce italiana, Sergio Tedesco, potrebbe sorprendervi per il resto del suo curriculum disneyano: Giac, Kaa e Sir Biss.

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A sinistra, quello che a Milt Kahl piaceva disegnare. A destra, quello che era costretto a disegnare.

Le tre buone fate

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Le vere protagoniste del film, di cui seguiamo le azioni fin dall’inizio, e la cui presenza è spesso vitale per il fluire della storia e il salvataggio della situazione, sono le fatine Flora, Fauna e Serena (detta Serenella). Esse sono le tre superstiti delle ben tredici fatine buone del balletto originale: ognuna di queste aveva il nome di una qualità umana o una bellezza della natura, e proprio per questo le loro controparti disneyane sono state nominate in modo da richiamare questo schema.

In un primo momento, Walt Disney voleva che le tre fossero identiche e parlassero all’unisono, à la Qui Quo Qua. I loro animatori, Frank Thomas e Ollie Johnston, obiettarono però che il sale dell’animazione sono le interazioni fra personaggi, e che questa impostazione avrebbe limitato i loro mezzi e tolto interesse alle fatine. Si decise allora di fornire a ognuna una personalità distinta.

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I tentativi furono molti e in contrasto fra di loro, ma alla fine si giunse ad avere due caratteri dominanti, Flora e Serenella, sempre in contrasto tra di loro, mitigati dalla terza fatina Fauna, più pacata e dolce. Le scaramucce fra le tre fate, però, avrebbero dovuto sempre essere in nome del bene che esse vogliono ad Aurora. Come scrivono i due animatori:

Queste fate non sono certamente all’altezza di Malefica, ma sentono che devono provarci. Sono buone, ma in maniera divertente. Ci hanno aiutato a raccontare la storia in maniera fresca e accattivante, aggiungendo immaginazione e calore umano.

Nel design delle fatine, gli animatori si sono presi una piccola rivincita nei confronti di Eyvind Earle: avvolte nei loro abiti appuntiti e geometrici, si possono chiaramente riconoscere le figure simpatiche e paffute tipiche dello stile Disney. Le loro voci italiane sono invece prestate da Lydia Simoneschi (Flora), Rina Morelli (Fauna) e Flaminia Jandolo (Serenella).

Una curiosità: il famoso litigio tra Flora e Serenella su quale colore dare al vestito di Aurora è basato su un fatto reale, e cioè sul dibattito tra animatori sviluppatosi sulla medesima questione.

Malefica

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Giungiamo infine al personaggio più acclamato, con ottime ragioni, dagli spettatori e dalla critica. L’antagonista di La bella addormentata nel bosco, Malefica, catalizza l’attenzione del pubblico in ogni scena in cui appare, dominando l’intera pellicola con la sua persona e i suoi atti.

Come tutti i suoi comprimari, Malefica incarna un personaggio già esistente nella storia originale, in questo caso la malvagia fata Carabosse. Questa, appartenente al gruppo delle tredici fatine, si sdegna per non essere stata invitata al battesimo, e lancia la sua maledizione contro Aurora. Già risalta all’occhio la prima differenza tra le due fate: mentre Carabosse ha finito per non essere invitata a causa di un errore del maestro di cerimonie, la nostra Malefica è invece accuratamente evitata dalla famiglia reale, per timore dei suoi poteri e della sua perfidia.

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Due possibili versioni di Malefica. Esse richiamano l’idea della fata indispettita e della vecchina che fila all’arcolaio, rispettivamente.

Le due streghe differiscono poi nel carattere e nel portamento: Carabosse è una fata volgare e dispettosa, dedita a scatti d’ira e strilli isterici. Nulla di più lontano da Malefica, che è signorile e sarcastica; tiene celate le sue emozioni dietro una facciata suadente e gentile, e non ha bisogno di dar prova della sua forza, seconda solo alla sua malvagità. È ovvio che il mancato invito al battesimo non è altro che un pretesto, Malefica avrebbe scagliato l’incantesimo in ogni caso.

Un punto di contatto è però ritrovabile in un dettaglio particolare. Nel balletto di Tchaikovsky, quello di Carabosse è un ruolo en travesti, interpretato da un mimo maschio. In alcuni studi compiuti sui personaggi Disney, è stata riconosciuta in Malefica l’icona della drag queen, con make-up intenso e colorato, un costume sgargiante e movenze plateali e magnifiche, animate dallo stesso Marc Davis che si è occupato della principessa Aurora. Che si dia credito o meno a quest’affermazione, quello con la Carabosse del balletto è senza dubbio un paragone interessante.

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Carabosse nell’allestimento del Bolshoi.

Malvagia ma con stile

Per rendere più verosimile la sua trasformazione in drago, si è deciso di dare a Malefica dei tratti distintivi: innanzitutto un ampio mantello nero che potesse spalancare quando arrabbiata, poi due lunghe corna e un collare che richiamasse sia una sorta di abbigliamento religioso che le ali dei pipistrelli. Il tutto suggerisce sia un’eleganza aristocratica che una ferocia demoniaca. Per la forma di drago vera e propria, ci si ispirò ai movimenti dei serpenti a sonagli, che restano immobili fissando la preda prima di scattare e colpire.

La modella in live-action di Malefica, e sua voce originale, fu Eleanor Audley. La voce italiana invece è di Tina Lattanzi, enormemente apprezzata da Walt Disney nel primo doppiaggio di Biancaneve e i sette nani e da lui voluta da allora in poi come voce di tutte le sue cattive. In La bella addormentata nel bosco, forte della sua esperienza di doppiatrice di sex symbol del cinema d’epoca, la Lattanzi ci regala una Malefica affascinante e ammiccante, accentuandone sia l’alterigia che la finta dolcezza.

Una menzione d’onore va dedicata agli sgherri di Malefica, veri e propri portavoce animati dello stile medievaleggiante deciso da Eyvind Earle: essi rimandano ai mostri grotteschi e disgustosi delle opere di Hieronymus Bosch, in particolare quelli de L’inferno musicale. Il sabba in cui sono impegnati dopo la cattura di Filippo testimonia ancora una volta la loro provenienza infernale.

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Malefica con Diablo, il suo corvo imperiale.

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La musica de La bella addormentata nel bosco

La colonna sonora de La bella addormentata nel bosco è notoriamente tratta dall’omonimo balletto di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Ma bisogna sapere che l’idea iniziale del team di produzione non prevedeva affatto il noto compositore russo. Dapprima, infatti, Walt Disney incaricò Jack Lawrence e Sammy Fain di comporre dei brani originali; tuttavia, dopo averli ascoltati, capì che non erano adatti al mondo fatato che stava cercando di ricreare, e li scartò. Nel 1953, negli stadi finali di stesura della sceneggiatura, si convinse che l’unica scelta possibile sarebbe stata utilizzare le musiche di Tchaikovsky. Convocò quindi il suo musicista di fiducia George Bruns e gli chiese di occuparsi dell’arrangiamento.

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I brani selezionati per il film non rispecchiano quasi mai l’episodio del balletto da cui sono tratti; i cambiamenti più drastici sono però indubbiamente il n.6 (Valzer) e il n.24 (Poco di carattere). Il n.6, celeberrimo valzer ormai proverbiale, nasce in realtà come danza contadina di gruppo eseguita dal popolo in assenza di Aurora. Il primo ad avere l’idea di utilizzare il n.6 in un contesto romantico e appassionato è Charlie Chaplin, che in La febbre dell’oro fa danzare il suo vagabondo e la ballerina del saloon su questa musica. Dalla trovata di Chaplin, ecco che prende forma una delle scene più memorabili dell’animazione, con Aurora e Filippo che danzano prima nel bosco e poi tra le nuvole.

Il n.24, invece, è un breve intermezzo comico presente nel terzo atto del balletto. In esso, il Gatto con gli stivali e la sua amante, accorsi a festeggiare la salvezza di Aurora, iniziano a soffiare e a cercare di graffiarsi. La melodia ambigua e sibilante ha ispirato George Bruns ad assegnare questo tema proprio a Malefica, in particolare nell’agghiacciante scena in cui la strega appare nel camino del castello per ipnotizzare Aurora e portarla alla morte.

Wikipedia ha un elenco esauriente di tutti i brani scelti per La bella addormentata nel bosco, completo del momento in cui sono stati usati. Tuttavia, assistere al balletto e individuare da soli le varie coincidenze e differenze è un’esperienza totalmente diversa.

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Costi

Agli albori della produzione, nel 1952, Walt Disney aveva previsto l’uscita nei cinema de La bella addormentata nel bosco per il 1955. La sceneggiatura, come abbiamo detto, fu ultimata solo nel 1954, anno di inizio dell’animazione del film; fu quindi chiaro che si trattava di un’impresa semplicemente impossibile. Inoltre, la situazione si aggravò ulteriormente quando Walt disertò completamente i lavori, dedicandosi al progetto Disneyland e trascinando nell’impresa il reparto animazione, e assorbendo quindi buona parte delle risorse umane degli studios.

Il lavoro poté riprendere a ritmo normale soltanto nel 1956, ormai scandalosamente in ritardo sulla tabella di marcia. Per evitare ulteriori contrattempi, si stabilì una quota minima giornaliera di animazioni da completare: ogni animatore avrebbe dovuto produrre 8 fotogrammi umani, o in alternativa 32 di animaletti del bosco. La famigerata Sequenza 8, ovverosia l’incontro nel bosco tra Rosaspina e Filippo, non soddisfò le aspettative di Walt per ben quattro volte, e quattro volte bisognò stracciare tutto e ricominciare daccapo. Questo portò la Walt Disney Productions nuovamente sull’orlo della bancarotta.

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I modelli in live-action durante la scena del bacio.

Distribuzione

Le ultime peripezie che la Disney dovette affrontare furono l’abbandono degli studios da parte di Eyvind Earle e la scelta della pellicola. Per valorizzare al meglio i dettagliati disegni del film, si scelse infatti di fotografare il film su pellicola widescreen Super Technirama 70. Questa particolare impostazione avrebbe permesso di mostrare ogni particolare della lussureggiante animazione de La bella addormentata, accompagnata da stereofonia a 6 canali. Un setup del genere è stato utilizzato, ad esempio, con film cult della risma di Spartacus e La Pantera Rosa.

La Walt Disney Productions aveva speso un totale di $6 milioni di dollari. La bella addormentata nel bosco era ufficialmente il film d’animazione più costoso mai prodotto nella storia, con un budget di due volte superiore ad ognuno dei Classici Disney che lo avevano preceduto.

Accoglienza

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Il film debuttò a Los Angeles il 29 gennaio 1959 in tutta la sua magnificenza, per essere poi distribuito nel resto del Paese. Un ennesimo problema, però, si presentò ai proiezionisti Disney: l’avveniristico formato in 70 mm che avevano previsto per il film non avrebbe potuto essere usato in quasi nessun cinema degli Stati Uniti, dal momento che le sale non erano attrezzate con proiettori simili. Fu necessario quindi produrre delle copie della pellicola in 35 mm che potessero essere utilizzate più liberamente.

A seguito del rilascio, la critica accorse quasi subito, attirata dal profumo del sangue. Il New York Times fu uno dei più clementi, lodando l’aspetto grafico ma evidenziando le similitudini con Biancaneve e i sette nani: a suo dire, sia le principesse che i villain erano perfettamente sovrapponibili. Il Time, invece, attaccò il film senza pietà, soggiungendo che:

Se la bella addormentata potesse vedere quello che le hanno fatto in questo film, si sveglierebbe urlando. I disegni sono grezzi, un misto di sentimentalismo, pastelli a cera e cubismo commerciale che vorrebbe essere audace ma resta piatto. L’eroe e l’eroina sono troppo zuccherosi, e la strega sembra un personaggio di Charles Addams copiato, e anche male, con la carta carbone.

Alcune critiche si concentrarono sull’assenza di personaggi comici nello stile dei sette nani; altre ancora sullo scarso sviluppo psicologico dei protagonisti. Le casse della Disney, in fin dei conti, si ritrovarono ancora più danneggiate: sui $6 milioni spesi, al termine dell’uscita ne avevano guadagnati $5,3. Era un flop su tutta la linea.

morticia addams
Il Time si riferisce nello specifico al personaggio di Morticia Addams.

Eredità

La bella addormentata nel bosco segnò una serie di “ultime volte” per la Walt Disney Productions: fu l’ultima volta in cui ci si occupò di una fiaba, l’ultima volta con una trama dal tono serio e cupo, ma soprattutto fu l’ultima volta in cui le celle animate del film furono dipinte a mano. A partire dal film successivo, infatti, la Disney abbraccerà l’uso della xerografia, che permette di trasferire direttamente il disegno dalla carta alla celluloide e quindi colorarlo lì, risparmiando tempo e denaro. Per fortuna, queste limitazioni durarono soltanto fino alla morte di Walt Disney, altrimenti non avremmo molti dei nostri Classici preferiti.

Uno degli assi nella manica che la Disney utilizza con i suoi film sono le riedizioni: a distanza di anni, si può far uscire nuovamente una pellicola al cinema, spendendo solo i soldi per produrre nuovi rulli e avendo quindi un guadagno potenziale elevato. È in questo modo che molti dei nostri parenti hanno potuto vedere dei film che, considerato l’anno di uscita, normalmente non sarebbe stato possibile vedere senza home video. La bella addormentata nel bosco fu quindi rilasciato quattro volte in America e in Italia, guadagnando in totale $51,6 milioni di dollari (aggiustato per inflazione, $691 milioni). Con questa nuova cifra alla mano, possiamo dire che La bella addormentata fu a livello teorico il film di maggior successo del 1959 dopo Ben-Hur.

bella addormentata
Fotobuste della riedizione francese.

Rivisitazione

La critica moderna, salvo laconiche eccezioni, ha dato a La bella addormentata nel bosco una seconda chance. Ne è emerso un consenso generale, che lo ha catapultato ben presto nella rosa dei migliori film d’animazione mai realizzati. Gli aspetti più apprezzati sono proprio la tanto bistrattata villain Malefica, l’animazione e le atmosfere inquietanti e oscure; su Rotten Tomatoes vanta una valutazione media di 8.2/10. Ma forse uno dei più famosi testimoni della neonata fama di questo film è lo spin-off Maleficent del 2014, con protagonista Angelina Jolie nei panni della Signora di Ogni Male.

Nel 2012, l’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences ha ufficialmente eletto il 70 mm miglior formato cinematografico di tutti i tempi, capace di una maestà e ricchezza di dettagli e colori ineguagliato da tutti gli altri, digitale incluso. A riprova di questa affermazione, ha selezionato sei pellicole da proiettare per dimostrare tutta la magnificenza del 70 mm: esse sono Spartacus, Grand Prix, Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, Tutti insieme appassionatamente, 2001: Odissea nello spazio e La bella addormentata nel bosco.

A seguito di una scelta troppo azzardata compiuta dai tecnici della Disney, che hanno utilizzato una pellicola all’avanguardia che pochi cinema erano in grado di proiettare, La bella addormentata si è ritrovata al fianco di cinque cult immortali. Come le tre fatine contro Malefica, pur sapendo di non avere alcuna speranza, la Walt Disney Productions ha sentito di dover tentare la fortuna; e alla fine ce l’ha fatta, regalandoci un classico diverso da tutti gli altri e in grado di trasportarci non solo in un altro luogo, ma anche in un altro tempo: un tempo di fate e di streghe, un tempo in cui i cavalieri sfidavano i draghi, ma soprattutto un tempo in cui l’animazione era un tesoro tutto da scoprire.

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bella addormentata

Letizia Somma

© Disney, United Productions of America, Eyvind Earle, Henry Meynell Rheam, Warwick Goble, Charles Addams

Fonti: The Illusion of Life di Frank Thomas e Ollie Johnston, Vita di Walt Disney di Michael Barrier, Tinker Belles and Evil Queens di Sean Griffin, Slashfilm, New York Times, Living Lines Library, Artsy, The Disney Compendium, IMDb, Vintage Everyday, Time, MYmovies

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