Quando Topolino era meglio: tacchini prodigiosi e società paramilitari [#62]

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“Eh ma quando Topolino era meglio…”

Premessa: il titolo di questa rubrica, “Quando Topolino era meglio”, è palesemente ironico. Da tempo immemore, sento dire che Topolino un tempo fosse migliore. Sono anche d’accordo: le annate che io ricordo con più affetto, e reputo qualitativamente più entusiasmanti, sono quelle della mia infanzia: gli anni Novanta. Tuttavia, di solito il discorso sull’andamento qualitativo del settimanale prende una piega pressapochista o fin troppo critica, che personalmente non mi appassiona. Non ho potuto fare a meno di chiedermi, però: “esattamente, quando Topolino era meglio?”.

Sia chiaro, ognuno è libero di esprimere le sue opinioni e di avanzare critiche, anche dure, all’attuale versione di Topolino Magazine. Guai se così non fosse. Detto questo, mi è venuta la curiosità di ripescare qualche vecchio albo del Libretto per vedere come fosse leggere un numero di Topolino durante i bei tempi andati. E l’impressione è stata… peculiare. Credo ci sia tanto materiale che meriti di essere letto e rispolverato oggi, con l’intento di farsi una sana risata e scoprire che, forse, anche un tempo Topolino era suscettibile di alti e bassi da autentica montagna russa.

Topolino n° 62 – 10 marzo 1953

Non voglio soffermarmi troppo in preamboli. Questa vuole essere una rubrica leggera, scanzonata, ironica, irriverente. Alla Bagaglino. Anzi, no, meglio di no.

In sintesi, in ogni puntata ci dedicheremo a un singolo numero di Topolino del passato. Ordine cronologico? Nessuno. Rigoroso criterio selettivo? Il caso. Oggettiva recensione critico-analitica? Pffff. Unico limite? Il cielo. E in questo guazzabuglio di idee e concetti, come mai si parte proprio col n° 62? Perché è il primo che mi capitò di leggere una notte che mi svegliai di soprassalto, dopo una cena particolarmente pesante che non ero riuscito a digerire. Il più poetico e celestiale dei motivi. Tutti pronti a immergerci nel marzo del 1953!

La copertina

Copertina fenomenale. Che spettacolo. Ci si commuove solo a guardarla.

Partiamo dalla cover vera e propria, sulla destra. “Mi scusi ma questo biglietto è pluritimbrato“, pare constatare Pippo, un po’ contrito. “E si vede che l’ho pagato di più” declama fiero Paperino, con il sorriso sornione di chi non solo sta viaggiando con un biglietto obliterato più volte, ma ha anche infilato a testa in giù i suoi tre nipoti in un’angusta sacca da golf solo per risparmiare qualche cucuzza. Gli occhi di Quo, in preda al terrore e all’angoscia esistenziale, fanno capolino dal sacco in cerca del più vicino assistente sociale. Purtroppo per lui, c’è solo Pippo.

No, un attimo, non è vero. La copertina di Topolino 62 prosegue sul retro, dove scopriamo che nel vagone viaggia anche Giovedì, un selvaggio africano apparso in un ciclo di storie a firma Merrill DeMaris e Floyd Gottfredson. Costui sfonda la cassa di legno dov’è stipato (pure lui!), diretto “a Topolino – Italia” (sic!). Chissà dove abita, il topastro. Io me lo immagino di Gallarate.

Tornando seri per un secondo, il fronte della copertina è un’illustrazione del grande Walt Kelly (il papà dell’opossum Pogo) per Walt Disney’s Comics and Stories 82 del 1947, mentre il retro con il selvaggio Giovedì deriva da un disegno di Dan Gormley per One Shots 268 – Mickey Mouse’s Surprise Visitor del 1950, da cui sono stati rimossi Topolino e Pluto.

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Sommario

E partiamo allora, con il resto del numero. Un menù bello ricco che è… difficile da descrivere. 

La comparsa del Prodigioso Tacchino

Topolino 62 si apre con una storia della coppia Don Christensen e Frank McSavage, Topolino e il tacchino di Natale, in cui apprendiamo come Pluto coltivi da anni il sogno bagnato di mangiare le ossa dei grassi tacchini divorati da Topolino e famiglia. Con delle facce, tra l’altro, che ve le raccomando. Mentre Pluto soffre le “pene di Tantalo” guardate Tip come se la gode, con il sorrisetto beffardo di chi ne ha appena mollata una silenziosa in ascensore.

Al nostro cucciolone, tuttavia, è proibito mangiare le ossa di tacchino: qualche frammento, dice Topolino, potrebbe andargli di traverso. Pluto si ritrova dunque a sognare gli avanzi dell’arrosto e, per cambiare il menù in suo favore, decide di far evadere un “prodigioso tacchino” (sic!) che Topolino tiene segregato in giardino, in attesa di macellarlo. Non sa però che il pingue pennuto, “vincitore di un gran premio”, appartiene a Orazio!

Topolino lega i neonati a una corda in cortile in attesa di tirar loro il collo
Il Prodigioso®

Così Pluto inizia una rocambolesca caccia al tacchino che non avrebbe certo sfigurato in uno dei tanti cortometraggi con lui protagonista, la cui produzione terminò peraltro l’anno precedente l’uscita di questa storia. Pluto e il Prodigioso® si rincorrono in lungo e in largo in un luna park, ma alla fine l’obeso pennuto deve arrendersi al segugio. Ma… colpo di scena! L’obeso non è più tale! “A furia di correre è diminuito DI TRE O QUATTRO CHILI”, afferma Topolino.

Cosa fare di fronte a una simile (iperbolica) eventualità? Cercare di far riprendere peso all’uccellaccio, ingozzandolo a dismisura? Sostituire il tacchino da premio con un altro, a costo di rimetterci? Oppure… ecco, oppure si può fare un bel tubo di niente, trascinando il Prodigioso® di fronte a uno specchio deformante e ridendo del fatto che sembri di nuovo grasso. “Sei proprio un fenomeno, Pluto!” esulta un soddisfatto Topolino, ma io non ho capito bene perché.

Forse una critica al difficile rapporto tra Essere e Apparire alla Schopenhauer maniera? Chissà. Ciononostante Pluto, che voleva l’arrosto, ha biecamente fatto scappare un tacchino altrui e poi lo ha recuperato dimagrito di quattro chili quattro, è un fenomeno. Boh. Il titolo originale di questa simpatica schermaglia? Bones…, scritto proprio così, con i puntini di sospensione. Per niente inquietante.

Budini alla fiamma e ancora tacchini

Torna la premiata ditta Christensen/McSavage e tornano anche i tacchini per la seconda portata di questo luculliano banchetto. In Nonna Papera e il budino alla fiamma, Ciccio e i topini di Cenerentola hanno le pance ben riempite dal delizioso tacchino cucinato dalla nonnina (sarà il Prodigioso®?).

Tuttavia la genia di scostumati si scandalizza quando Nonna Papera porta in tavola un budino flambé, con Ciccio che monta un casino del diavolo dando alle fiamme il mobilio e se stesso. Alla fine la casa è sfasciata, il dolce è rovinato, Nonna Papera è andata in puzza, ma Ciccio e i topini di Cenerentola sono “tanto affaticati e tanto emozionati” al punto da riuscire a finire gli avanzi di tacchino. Tutto è bene quel che finisce è bene.

Paperino viene inseguito dalle guardie ma poi guarda la televisione

Criminalità efferata nella successiva avventura, Paperino alla fiera, disegnata da Jack Bradbury e scritta da autore ignoto. Paperino e Paperina stanno per parcheggiare (o meglio, “depositare la macchina”), quando vengono travolti da un villano. L’energumeno chiede 10 dollari per il parafango ammaccato, così Paperino resta al verde: paga l’ingresso alla fidanzata, mentre lui entra di straforo. Sfortunatamente una guardia lo vede ed è costretto a fuggire, celando la sua identità sotto un sacchetto del pane.

SACCO BLU VUOL DIRE SOLO CORRI

Purtroppo per loro, la Madama non demorde. Stanchi, sporchi, costretti a correre su dei porci e a fare a mazzate con una coppia di amanti che voleva solo limonare in pace, Paperino e Paperina torneranno a casa per vedersi la fiera in televisione, dov’è convenientemente trasmessa. 

Qua avanzo principalmente tre dubbi:

  1. Come avranno reagito i lettori italiani del 1953 al riferimento alla televisione? Da noi le trasmissioni ufficiali cominciarono solo nel gennaio del 1954!
  2. Magari sono scemo io, ma la visione di una fiera in TV in che modo sostituirebbe l’esperienza empirica? Boh. Però loro sono belli contenti, quindi a posto così.
  3. Scusate, ma che fiera è mai questa per meritarsi di essere trasmessa in televisione? L’Expo di Paperopoli? Nella storia tutto quello che si vede è un recinto con i maiali e un tunnel dell’amore sgangherato. Un eventone, a Paperopoli.

Buci Coccinella palazzinaro

Ah, Buci Coccinella! Il grande e irreprensibile Buci Coccinella! Ve lo ricordate? No? Meglio per voi. Buci e i genitori senza tetto è una storia così memorabile che non si sa nemmeno chi l’abbia scritta. Inducks ipotizza che l’abbia disegnata Tony Pabian (ma non ne è sicuro). Si inizia con una vera e propria tragedia: i vecchi genitori del Coccinella vengono barbaramente sfrattati da Messer Corvo, padrone di casa con ghette e cilindro.

I vecchietti si mettono in marcia, versando “amare lagrime”. Buci intanto si ferma a rimirare tutti i panorami che amava da bambino, sostenendo come per lui sia un balsamo tornare a camminare sul suolo natio. Arrivato a destinazione trova un avviso d’asta firmato dallo Sceriffo Giangia: così si mette in marcia e poco dopo (quattro vignette) riabbraccia i suoi genitori vagabondi. Come nelle migliori origin stories dei cattivi Marvel, per reagire allo sfratto dei suoi genitori il Coccinella diventa egli stesso palazzinaro.

Si sceglie un appezzamento di terreno, stabilisce che quella è roba sua e costruisce una nuova casa per i genitori. Uno direbbe: ok, dai, ci sta. Ma Buci, ormai, è lanciatissimo. Nell’ordine, subito dopo:

  • dissoda il terreno circostante, espandendo la sua proprietà oltremisura;
  • lo ara e lo prepara per la semina, dichiarando di voler piantare UN MILIONE di semi;
  • coltiva delle zucche enormi, da cui ricava dei lussuosi miniappartamenti.
L’inizio di un impero criminale

Qui, amici miei, c’è poco da dire. Una storia grandiosa e toccante, aspra critica al sistema capitalista e al contempo inno all’equità sociale. Altro che The Killing Joke: ecco cosa può fare una cattiva giornata a un povero insetto della Via Gluck che voleva solo stare tranquillo. Pochi giri di parole: Buci è un matto criminale e andrebbe fermato.

Pluto è fedele alla consegna

Pluto è fedele alla consegna è l’appassionante storia di Pluto, cane fedele alla consegna, spedito dal salumiere per una consegna. Il segugio dovrà tornare a casa evitando un feroce mastino che vuole derubarlo del prezioso pacchetto. Un’avventura al cardiopalma che dura ben tredici pagine dense di didascalie che descrivono ogni singola e fenomenale mossa di Pluto, spesso con battute esilaranti. Tipo questa:

Alla fine si scopre che la consegna minacciata dal mastino era proprio un regalo di compleanno per il mastino. Un’autentica perla del solito Maestro Christensen e disegnata da Bradbury, che ci racconta di come alla fine la vita sia un cerchio e tutti i nostri sforzi, in ultimo, siano vani.

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Paperino Paperino tu non sai che sei carino

Fermiamoci per un minuto di silenzio e contemplazione, con un simpatico componimento poetico ispirato all’opera di Leopardi, “A Paperino”:

Coi tuoi cari giornaletti
rider fai anche i moretti

Andiamo avanti? Andiamo avanti.

Topolino Sport

Cos’è Topolino Sport? È presto detto: una rubrica-contenitore a tema sportivo che raccoglie diversi contributi editoriali, dalle biografie di sportivi agli autografi, dalle brevi storie a fumetti (qui vediamo una pagina allucinante di Gigetto Tifosini allenatore) alle curiosità e i consigli, principalmente su calcio e ciclismo (gli sport che all’epoca andavano per la maggiore).

Non vedo l’ora di scoprire come continua

In realtà, agghiacciante Gigetto Tifosini a parte, alcuni contributi sono realmente interessanti, come questo dato che testimonia un aspetto dello sport agonistico oggi (purtroppo?) praticamente morto e sepolto:

In generale si tratta di un angolo molto curato e ben scritto che, al netto di qualche battuta di spirito invecchiata peggio che male, aggiunge realmente valore al numero. Ci restituisce uno spaccato non solo dell’attività agonistica del tempo, ma anche di un sentimento sportivo sì più ingenuo e romantico, ma anche molto autentico. Forse non esiste più niente di simile nel panorama agonistico (di alta categoria) attuale.

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Paperino fa dei passi indietro nella catena evolutiva

La prossima storia ha dell’incredibile. Si tratta di un peculiare adattamento del cortometraggio La gallinella saggia, Silly Symphony in cui debuttò Paperino nel 1934. La chioccia saggia fa da sé, piccola meraviglia figlia di Harvey Eisenberg disegnatore e padre sceneggiatore ignoto, è sostanzialmente un rifacimento del film animato di cui sopra. Niente di male in questo. L’inusitato arriva quando nella vicenda, a tradimento, compaiono Paperino, Orazio e Clarabella, rappresentati con le vesti “mature” dell’epoca, mentre recitano la parte del bestiame da cortile.

Quac quac

La trama è molto semplice e ricalca quella del cortometraggio: la gallinella e i suoi pulcini cercano aiuto per coltivare il loro granoturco, ma nessuno vuole dar loro una mano; così si rassegnano a fare tutto da soli. Quello che è strano è vedere un personaggio come Paperino, che nel 1952 (data d’uscita originale della storia) avevamo visto recitare in capolavori barksiani come Zio Paperone e la disfida dei dollari e Paperino e il ventino fatale, affermare di essere troppo occupato a fare quac quac.

C’è una spiegazione a questa stranezza? Certamente sì. La storia comparve in origine sul primo numero di Silly Symphonies, una testata americana che proseguì per nove uscite, fino alla fine del 1958, che si riproponeva di pubblicare remake cartacei delle sinfonie allegre e/o storie con personaggi mutuati dall’animazione. In quel contesto, i quac quac di Paperino erano accettabili e comprensibili. Estrapolati e schiaffati su Topolino così de botto senza senso, invece… ehm, un po’ meno.

Penna Bianca sta bene in tenda e non stressatelo per cortesia

Penna Bianca, il più grande dei personaggi e nostro migliore amico, è obbligato dal padre “a rizzar tenda a Forca del Sud” nel kolossal Penna Bianca e la modernità, disegnato da Lee Hooper (e come sempre scritto da non si sa chi).

Bene

Al loro arrivo incontrano una tribù di indiani imborghesiti che ormai vive nelle roulotte e che, senza manco dar loro il tempo di declinare un verbo all’infinito, li percula a causa della loro arretratezza. “Tua tenda essere buona per museo” dice il maschio alpha della tribù moderna. Costui, per tentare di vendere una roulotte a Penna Bianca e suo padre, li bersaglia tutta la notte con ventilatori e macchine del ghiaccio per spingerli ad acquistare una casa più accogliente.

Dove vada a parare la storia lo leggete sopra. I materassi sono troppo comodi e la roulotte è troppo calda, meglio stare alle intemperie. Per cui “perché non tornare là dove indiani essere veramente indiani”? E così fanno. VIVA LE TENDE TRADIZIONALI.

La Società Amici di Topolino Roma Milano è pronta a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria

Attenzione perché qui arriviamo alla punta di diamante del volume: le pagine dedicate alle S.A.T., Società Amici di Topolino, dei Club di appassionati del Topo che venivano create e gestite dagli stessi lettori, con la benedizione della redazione. In particolare mi ha colpito l’ampio spazio concesso alla S.A.T.R.M. (Società Amici di Topolino Roma Milano), in cui l’associazione declamava per intero il proprio statuto. Vediamo nello specifico quali regole fossero tenuti a seguire i membri:

Da dove cominciare? Schematizzando:

  • i membri della S.A.T.R.M. garantiscono obbedienza e fedeltà assoluta a Presidente e Vice Presidente, che restano in carica A VITA. Se non accettano, multa;
  • la S.A.T.R.M. dispone di un’ampia gamma di tasse, punizioni e multe somministrate ai membri;
  • la S.A.T.R.M. organizza degli straordinari campeggi (a pagamento) in cui, leggiamo, “avranno luogo esercitazioni di marcia, di tiro, di piccola caccia, escursioni, gare atletiche. I soci partecipanti ai campeggi saranno sottoposti alla disciplina militare e, a seconda dei meriti, potranno essere insigniti di gradi”.

Una società paramilitare a tutti gli effetti, con cui Presidente e Vice Presidente si preparavano palesemente a invadere l’Austria-Ungheria qualora si fosse riformato l’Impero Asburgico.

Ancora Pluto (ebbene sì)

La prossima storia, Pluto e gli spiriti folletti, del solito, immenso Christensen ai testi e Bradbury ai disegni, testimonia come Pluto andasse veramente forte all’epoca! Non so voi, ma a me le storie con protagonisti gli animali “animali” hanno sempre annoiato moltissimo, per cui probabilmente il mio giudizio risulta un po’ viziato: le trovo tutte degli ottimi rimedi contro l’insonnia. Segnalo la meravigliosa vignetta di apertura, in cui Halloween diventa un più italico Carnevale e Topolino-Proietti esclama freschissimo “e so’ ragazzi, daiiiii”.

Purtroppo in quel periodo Tip e Tap avevano judo. Al loro posto troviamo le controfigure, Tim e Tom.

Alla fine arriva Barks

Chiude il volume Paperino e il pranzo dei poveri, una bella (per davvero!) ten-pager di Carl Barks in cui Paperino (commosso dalla sua generosità) si trova suo malgrado a dover offrire il pranzo di Natale a Gastone. Provate a indovinare la portata principale: esatto, tacchino. 

Un altro? Ma lasciatele in pace queste povere bestie

Qui c’è poco da dire in una rubrica come questa: la storia è veramente gustosa ed esilarante (ma da Barks non ci si può aspettare niente di meno). Nessuno mi toglierà dalla testa, però, che dopo la pubblicazione di questo numero di Topolino l’IUCN deve aver dichiarato il tacchino animale in via d’estinzione.

Abbiate pietà
Come non detto

Gastone si sarà mangiato il Prodigioso®? Non ci è dato saperlo. Quello su cui abbiamo maggior margine di sicurezza, invece, è il motivo di una tale capillare presenza di tacchini sul Topolino di marzo 1953: le storie in cui compare il nobile animale erano state pubblicate originariamente nel dicembre 1952, poco dopo il Giorno del Ringraziamento americano! Considerate il tempo di traduzione e adattamento e voilà, ecco spiegata l’anomala invasione di pennuti obesi.

Ecco, abbiamo finito. Leggere un Topolino del 1953 è stata un’esperienza curiosa, che mi ha molto divertito. Trovo che dall’albo emerga prepotentemente un’attualità dell’epoca che è riuscita, tra un so bad it’s so good e l’altro, a fornirmi più di qualche spunto di riflessione, su chi eravamo e come siamo diventati oggi. Questo mi ha fatto pensare a come Topolino, in quanto vero e proprio oggetto culturale, sia anche un’autentica espressione di un preciso momento storico… e continua a esserlo anche oggi.

Le storie come sono veramente? Le ho trovate genuinamente divertenti… a loro insaputa. Dei so bad it’s so good appunto, di fattura pregiatissima. Sono ingenue, verbose, farcite di termini oggi obsoleti, brevissime e con personaggi dal carisma dubbio (ma hanno anche dei difetti, direbbe qualcuno). Una cosa è certa: scrivere questo articolo per condividere le mie impressioni mi ha fatto fare più di una risata. Spero di essere riuscito a far sorridere anche voi. E chissà che non ci siano altri albi del passato da esplorare da cima a fondo…

Mattia Del Core

Immagini © Disney

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