L’animazione Disney tornerà mai al 2D?

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Che i lungometraggi Disney si siano discostati nettamente dallo stile tradizionale di animazione in 2D è un dato di fatto. Siamo ormai abituati a cartoni animati ben diversi dai Classici della nostra infanzia, i cui disegni erano realizzati a mano. Il disegno, anzi, si faceva impalcatura portante dell’intera Arte creatrice disneyana. I tempi sono cambiati, e a metà degli anni ’90, dapprima timidamente e poi con sempre maggior protagonismo, ha preso il sopravvento la computer grafica.

Oggi sono in molti a pensare che… “non ci sono più i cartoni di una volta”! Ma c’è qualche possibilità che gli studi Disney riprendano la strada del 2D e quindi dello stile bidimensionale? Vediamolo assieme: prima però ripercorriamo i concetti base dell’animazione tradizionale e di quella in CGI.

L’animazione tradizionale

Iniziamo a parlare di lei: la tecnica classica, quella che maggiormente ha caratterizzato la storia dell’animazione americana. L’idea alla base di tutto è ben nota: creare l’illusione di un movimento continuo grazie alla rapida successione di molti disegni.

Non c’è un solo modo di realizzare questo obiettivo. Tra le principali metodologie troviamo l’utilizzo dei rodovetri (fogli trasparenti in acetato di cellulosa, detti appunto cel in inglese, usati per sovrapporre le parti da animare a quelle fisse) e del rotoscopio, che permetteva di ricalcare le scene a partire da una pellicola filmata in precedenza.

animazione 2D Disney
I rodovetri
Il disegno tratto dal brevetto dell’originale rotoscopio di Max Fleischer

La tecnica tradizionale è stata la protagonista indiscussa dell’animazione USA fino a metà degli anni ’90. Per fare un esempio che possa farci immaginare come si lavorasse ai suoi tempi nello studio di Walt, vediamo brevemente alcune fasi della preparazione di Biancaneve e i sette nani, basandoci sulla mostra organizzata dal Walt Disney Animation Research Library e dal Walt Disney Family Museum dal titolo Biancaneve e i Sette Nani: La Creazione di un Classico:

  • Gli animatori disegnavano a mano ogni movimento del personaggio, cambiando leggermente ogni espressione di foglio in foglio (pensate che ogni secondo di azione animata richiedeva dai 12 ai 24 disegni!). Il capo animatore faceva degli schizzi a matita, concentrandosi sulle posizioni chiave dell’azione. Gli assistenti (detti intercalatori) producevano i disegni intermedi, colmando il movimento tra l’inizio e la fine. Infine, i clean up artist rilavoravano i disegni grezzi, trasformandoli in disegni finiti;
  • Ogni tratto realizzato dagli animatori nel disegno era accuratamente copiato sul lato anteriore di un rodovetro dagli inchiostratori, e le cel venivano poi dipinte a colori sul lato opposto del foglio di acetato. Il passo finale consisteva nel fotografare ciascuna delle cel d’animazione inchiostrate e dipinte sugli sfondi finiti;
  • Quando si proiettavano consecutivamente in un film, queste singole cel si animavano con piena vitalità e movimento. Pensate che furono circa 125.000 quelle dipinte per questo lungometraggio!
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Parte dello storyboard di Biancaneve e i sette nani

Questo primo lungometraggio d’animazione divenne importantissimo per l’evoluzione dello storytelling e delle diverse tecniche. Un esempio? La multiplane camera, ovvero una macchina da presa che permetteva di posizionare le animazioni su diversi livelli in altezza, in modo da dare una sensazione di profondità. Il suo grande successo proprio in questo film la consacrò come uno dei tratti distintivi dei successivi lungometraggi degli Studios.


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Non avete capito come funziona la multiplane? Fatevelo spiegare da Walt in persona!

Naturalmente ci furono tanti altri sviluppi metodologici nei lungometraggi a seguire. Basti pensare alla comparsa di nuovi effetti speciali in Cenerentola (1950), per esempio nella scena in cui vediamo l’immagine della protagonista riflessa nelle bolle di sapone, o per evidenziare l’aspetto luccicante dell’apparizione della fata madrina.

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La bella addormentata nel bosco (1959) fu il primo film d’animazione a essere fotografato nel processo widescreen, in cui l’immagine occupa tutto lo schermo. Ne La Carica dei 101 (1961) si utilizzò per la prima volta la fotografia Xerox, che permetteva di trasferire i disegni degli animatori direttamente nei rodovetri d’animazione, eliminando così il processo di inchiostrazione e risparmiando tempo e denaro.

Fu poi l’avvento dei computer a dare il via ad altre grosse novità nello stile di animazione, rendendo più facile e accelerata la produzione dei lungometraggi.

L’animazione digitale

Inizialmente l’animazione digitale venne usata soltanto come supporto per creare particolari scene o alcuni sfondi. Per esempio, in Taron e la pentola magica (1985) l’ausilio del computer ha permesso di animare la sfera galleggiante di luce che accompagna Ailin, sempre nel campo della bidimensionalità, il 2D.


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La sfera di luce di Ailin in Taron e la pentola magica

Ma la vera rivoluzione nel mondo dell’animazione avvenne nel 1995, con il lungometraggio Toy Story realizzato da Pixar (casa di produzione cinematografica specializzata in computer grafica) e distribuito da Walt Disney Pictures. Per la prima volta si potè vedere un film interamente in CGI (Computer-Generated Imagery), una tecnica completamente basata sull’utilizzo dei software.

Gli animatori non disegnano né colorano le singole scene, come nell’animazione tradizionale. I personaggi del cartone e gli sfondi vengono invece creati con l’ausilio di computer: gli animatori dispongono di modelli tridimensionali digitali dei personaggi che andranno ad animare, proprio come se fossero dei burattini da far muovere! I modelli sono realizzati di solito da altri professionisti e dotati di uno “scheletro”, il rig, che ne determina i possibili movimenti.

Toy Story durante il processo di animazione al computer

Questa tecnica si presta a dare l’illusione delle tre dimensioni (stavolta, quindi, includendo la profondità) rendendo più facile per gli animatori (o, più di frequente, per il regista e il direttore della fotografia) “spostare la telecamera” nella scena, muovendo l’inquadratura e cambiando la prospettiva dello spettatore. L’animazione computerizzata garantisce inoltre la possibilità di alterare e modificare l’immagine costantemente.

Le conseguenze per la Disney

Toy Story riscosse un enorme successo e l’animazione tradizionale accusò il colpo. Da quel momento in poi furono prodotti moltissimi film completamente realizzati in grafica 3D che, con l’industria cinematografica degli Stati Uniti saldamente in testa, vide la nascita di un nuovo genere di film di animazione.

Sugli schermi arrivarono infatti altri lungometraggi in CGI dal successo notevole e non solo Disney, per esempio Shrek della DreamWorks L’era Glaciale realizzato dai Blue Sky Studios per la 20th Century Fox. La Disney, dal canto suo, produsse anche qualche lungometraggio in CGI meno riuscito, per esempio Chicken Little – Amici per le penne e I Robinson – Una famiglia spaziale.

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I Robinson

Uno degli ultimi prodotti disneyani in animazione tradizionale venne in realtà apprezzato dal pubblico: La principessa e il ranocchio, del 2009, incassò 260 milioni di dollari contro i 50 spesi per produrlo. Un risultato ottimo, ma ovviamente ben distante dagli incassi dei cartoon in 3D: oltre 590 milioni per Rapunzel – L’intreccio della torre nel 2010 e più di 1 miliardo e 270 milioni per Frozen – Il regno di ghiaccio nel 2013. 

Dopo La Principessa e il Ranocchio vennero perciò licenziati molti animatori della “linea tradizionale”, nonostante l’enorme successo dei molti capolavori in 2D che si erano susseguiti negli anni passati. Basti pensare al Rinascimento Disney e al successo de Il re leone o de La Sirenetta! Ma quali furono i motivi di questo cambio di rotta?

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A destra vediamo Biancaneve realizzata in CGI nel film Ralph spacca Internet (2018)

In parte alcune motivazioni sono già emerse: i costi e le tempistiche diminuirono grazie alle tecniche agevolanti dei computer, e il successo dei primi lungometraggi in CGI spinse le produzioni a continuare su questa scia d’onda… e di guadagno. Con la tendenza sempre maggiore di voler restituire personaggi e ambienti “più realistici”. Ma vediamo cosa hanno dichiarato in proposito alcuni ex membri dello staff.


Ma perché il 2D è stato messo da parte? Le interviste agli ex disegnatori Disney


John Lasseter (direttore creativo della Pixar e dei Walt Disney Studios dal 2005 al 2018) era tornato ad assumere molti animatori mandati a casa dal precedente regime per via dell’arrivo delle nuove tecnologie di animazione generate al computer negli anni Novanta.

Lasseter, che nel 1995 era stato un pioniere dell’animazione CGI con Toy Story, disse:

Purtroppo il 2D era diventato la scusa per raccontare brutte storie, ma il consenso generale che il pubblico non vuole più guardare film disegnati a mano libera è completamente ridicolo. Il giorno in cui sono arrivato in azienda ho ripreso i contatti con gli artisti licenziati e ho cominciato a richiamarli.

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John Lasseter

Ma evidentemente questa presa di posizione non è bastata: la Disney rese ufficiale l’abbandono del metodo tradizionale nell’animazione nel 2013. Questo il triste l’annuncio, durante una riunione annuale degli azionisti a Phoenix in Arizona, dell’amministratore delegato Bob Iger:

Non produrremo più lungometraggi in 2D […] Per quel che ne so non stiamo sviluppando un cartone in 2D al momento. Ci sono varie attività relative all’animazione a mano ma a questo punto sono solo per la televisione.

I fratelli Tom e Tony Bancroft, entrambi storici (ex) animatori Disney, hanno discusso insieme al collega Nik Ranieri la scomparsa dell’animazione tradizionale. I Bancroft vantano una lunga esperienza (terminata per entrambi intorno agli anni 2000) all’interno degli studi di animazione Disney, dove hanno contribuito ad alcuni tra i film e i personaggi più amati di sempre.

Tom è la matita che ha creato il drago Mushu nel film Mulan, mentre suo fratello Tony ha contribuito a dare vita a numerose spalle comiche Disney, tra cui Iago, Tockins e Kronk. Nik Ranieri, infine, è tra i tre quello che è rimasto più a lungo alla Disney. Tra i suoi lavori troviamo Lumière, Ade e Kuzco.

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I fratelli Bancroft

Basandoci sulle dichiarazioni rilasciate nei loro podcast e sulle interviste al Lucca Comics del 2016, vediamo alcuni estratti in merito alle cause della “morte” del 2D:

Tony B.: “È stato un insieme di cause […] Quando Il Re Leone è uscito, ha infranto tutti i record e poi i film successivi sono andati meno bene. Dopo il Re Leone, i dirigenti dell’azienda sono entrati direttamente nella produzione dei film, ed erano convinti di non poter fare nulla di rischioso ma di dover puntare su quella formula già conosciuta”.

Tom B.: “Se c’è un film che ha ucciso il 2D, è stato Shrek. Shrek ha ucciso il 2D alla DreamWorks, ma visto che la Disney e la DreamWorks sono sempre state in competizione tra di loro, la cosa ha influenzato anche la Disney. Quando i dirigenti hanno visto che Shrek stava incassando così tanto, si sono convinti di essere rimasti indietro e che era il momento di passare alla nuova tecnica”.

Nik R.: “Per quanto vogliamo pensare che alla Disney importi dell’arte, è comunque un’azienda. Hanno visto i risultati dei film in CGI e hanno voluto fare anche loro la stessa cosa. Penso che la percezione che ha il pubblico è che l’animazione si sia evoluta dal 2D alla CGI, che il nuovo è meglio del vecchio, e che adesso non ci accontenteremo di niente di meno, perché questa tecnica è nuova ed è cool.

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Nik Ranieri

Insomma, è evidente che la Disney ha voluto prendere una direzione molto chiara. Ma è altrettanto evidente che questa presa di posizione non sia stata accettata all’unisono: sono moltissimi i fan disneyani che vorrebbero un ritorno al 2D, o quantomeno una compresenza di entrambe le tecniche. Sul futuro del 2D a Hollywood, Nik R. si è espresso così:

Ci vorrà un visionario, una persona di cui Hollywood si fida, come Glen Keane o Brad Bird. Se avessimo il progetto giusto, la gente lo accetterebbe. Non penso che si possa tornare allo stesso identico vecchio stile, ma si può guardare oltre e provare a creare qualcosa di nuovo e diverso. 

Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si è mosso. Alcuni degli ex animatori (della Disney e non solo) hanno deciso di lavorare a dei progetti originali che potessero ridare vita all’animazione in 2D. Vediamo quelli più importanti, tutti esterni alla Disney.

I progetti per salvare il 2D

HULLABALOO

Hullabaloo ha per protagonista Veronica Daring, una giovane scienziata che indaga sulla scomparsa di suo padre. Si tratta di una sorta di webserie che adotta lo stile fantascientifico steampunk , una tecnologia anacronistica all’interno di un’ambientazione ottocentesca. Il progetto ha riunito tantissimi artisti che credono ancora nel 2D, a cominciare da James Lopez, ideatore e co-sceneggiatore della serie:

Dopo l’uscita de La principessa e il ranocchio, volevo continuare a lavorare a un film animato a mano. Aspettavo che venisse annunciata la produzione di un nuovo lungometraggio, ma stavo diventando insofferente a forza di aspettare e così invece di continuare ad attendere che qualcuno mi offrisse un’opportunità, ho deciso di crearmi quell’opportunità da me. Sapevo che anche altri provavano le stesse cose, così mi sono buttato.

Alcuni animatori lo contattarono, interessati a lavorare con lui. La maggior parte provenivano dai più grandi studi d’animazione americana: Disney, Pixar, Dreamworks. Continua Lopez:

Non abbiamo mai ricevuto una spiegazione sul perché la Disney abbia scelto di smettere di produrre film in 2D. Ciò che è più frustrante è che la decisione viene da una società di intrattenimento di grande successo e non ha alcun senso né dal punto di vista creativo né da quello economico. Credo che il 2D abbia il potenziale per guadagnare tanto quanto un cartone animato in digitale. La questione è trovare ‘la storia giusta’. 

Nel 2015 la produzione di Hullabaloo aprì una campagna su Indiegogo presentando il proprio progetto e chiedendo denaro per finanziarlo, ricevendo una somma molto superiore a quella richiesta. Questo progetto ambizioso è ancora in fase di sviluppo, ma certi rumors fanno presagire una pubblicazione imminente. 

KLAUS

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Si intitola Klaus – I segreti del Natale il primo cartoon trasmesso a livello internazionale sulla piattaforma Netflix lo scorso novembre. Il nome del suo produttore? L’animatore spagnolo Sergio Pablos, che ha raggiunto la fama mondiale per essere stato il creatore della saga di Cattivissimo Me.

Pablos iniziò a lavorare a questo progetto già nel 2010, optando fin da subito per una scelta sicuramente rischiosa e controcorrente: puntare sull’animazione 2D e sul disegno a mano. Ovvero la soluzione più in linea, dal suo punto di vista, con l’effetto nostalgia del quale intendeva rivestire la sua trama sulle origini di Babbo Natale.

Un processo innovativo, ma anche molto lungo da realizzare. Per poterlo adottare in un vero e proprio lungometraggio animato, gli SPA Studios hanno quindi dovuto stringere una partnership con Les Films Du Poisson Rouge – studio francese che aveva alle spalle una grande esperienza nello sviluppo di strumenti per il 2D e il 3D.

I disegni a mano sono stati introdotti in un’animazione che quindi non ha dimenticato la componente tridimensionale. Pablos e il suo team, infatti, hanno saputo aggiungere in maniera efficace luci e ombre sui disegni animati bidimensionali, in modo da fornire loro un aspetto quasi volumetrico.

Una scena di Klaus

Questo approccio innovativo ha dato i suoi frutti: il cartone ha ricevuto una candidatura per il miglior film d’animazione nel 2020, un premio BAFTA per la stessa categoria, e ricevuto diversi premi Annie Awards e candidature ai Premi Goya nello stesso anno.

DON BLUTH UNIVERSITY E IL SUO STUDIO DI ANIMAZIONE

Per i meno informati, parliamo del grande artista che, dopo l’inizio in Disney, ha fondato la propria casa di produzione Don Bluth Productions regalandoci film come Brisby e il segreto di NIMH, Fievel sbarca in America, Alla ricerca della Valle Incantata, Charlie – Anche i cani vanno in paradiso e, ovviamente, il celebre Anastasia, co-diretto con Gary Goldman.

Anastasia

All’età di 82 anni, Don Bluth ha annunciato sui social network l’avvio di un nuovo studio di animazione che si occuperà della rinascita dell’animazione 2D con nuovi progetti originali. Il primo saranno le Bluth Fables, una serie di cortometraggi che reinterpreteranno le favole classiche di Esopo o le filastrocche per bambini.

Crediamo che il pubblico voglia un nuovo rinascimento dell’animazione a mano, e il nostro obiettivo è rendere questo sogno realtà. La nostra azienda sarà molto trasparente, mostrerà al proprio pubblico concept art, pencil test, model sheet, animatic e molto molto altro ancora. Siamo felicissimi di condividere con tutti voi ciò su cui stiamo lavorando. Unitevi a noi nella nostra nuova avventura.

Inoltre, dal 2017 l’animatore ha reso ufficiale l’inizio della Don Bluth University, per imparare per un anno intero l’animazione disegnata a mano (riservata però solo a 20 fortunati).

Le ultime (piccole) indiscrezioni della Disney sull’animazione 2D

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C. Buck, J. Lee e P. del Vecho

In un’ intervista del 2019 a Jennifer Lee (l’attuale direttrice creativa dei Walt Disney Animation Studios, sostituta di John Lasseter dal 2018), Peter del Vecho e Chris Buck si sono apprese informazioni vaghe ma interessanti per quanto riguarda le prospettive future dell’animazione Disney. Dalle parole dei grandi produttori della Disney sembra che vedere realizzato un nuovo film con i disegni a mano non sia un’ipotesi tanto remota.

Infatti, Jennifer Lee si è mostrata totalmente favorevole all’idea e all’impiego del giusto stile richiesto dai registi, anche nel caso in cui questi ultimi richiedano il 2D. Ecco cosa ha detto Peter Del Vecho, produttore de La principessa e il ranocchio, in merito al disegno a mano:

Direi che c’è ancora molta influenza da parte del disegno a mano nei nostri film di grafica computerizzata. Penso che siamo l’unico studio al mondo in grado di fare entrambe le cose, per come evolviamo nel tempo e sperimentiamo diversi stili. Ma alla fine spetta al regista decidere come dev’essere raccontata una storia. 

Dove sopravvive ancora il 2D?

Il piccolo schermo non hai mai abbandonato il 2D, anzi lo ha sempre considerato un protagonista e non solo per un pubblico di bambini (pensiamo alla serie trasmessa su Netflix BoJack Horseman, a Lo straordinario mondo di Gumball, e naturalmente ai Simpson).

Anche la Disney non ha mai abbandonato il 2D sul fronte televisivo: il recente reboot di DuckTales ha riscosso un grande successo, e ha comunque voluto mantenere, a distanza di 30 anni, lo stile bidimensionale.

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animazione 2D Disney

Come non parlare poi della serie animata di Topolino diretta da Paul Rudish (distribuita in DVD come I corti di Topolino), creata dalla Disney Television Animation nel 2013: i suoi disegni hanno uno stile vintage che richiamano quelli degli anni ’30. La serie è stata seguita proprio quest’anno da Il meraviglioso mondo di Topolino, diretta anche stavolta da Rudish e avente lo stesso stile di animazione.

A dire la verità, sebbene queste due serie mantengano uno stile bidimensionale, anche la loro realizzazione si avvale della CGI. DuckTales e I corti di Topolino sono realizzati infatti con Toon Boom, un software della compagnia canadese Toon Boom Animation, che aveva già collaborato con la Disney per diversi film animati, come La Principessa e il Ranocchio. Il programma prende le mosse da Flash della Adobe, ma è più elaborato e offre maggiori opzioni e libertà agli animatori.

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Topolino di P. Rudish

Un mondo che rimane molto diffidente verso la CGI e invece molto legato al 2D è quello giapponese: ogni qual volta viene annunciato un anime realizzato in grafica tridimensionale (sia in parte che in toto) il fandom reagisce con preoccupazione.

Non gli si può dare torto: sebbene negli ultimi anni ci siano stati anche alcuni esempi positivi di utilizzo della grafica 3D (come per esempio nello studio Orange), nella maggior parte dei casi il risultato è incapace di replicare l’espressività di un’opera disegnata a mano. Lo studio Ghibli, in Giappone, non ha mai abbandonato il 2D e i suoi film sono sempre molto apprezzati dal pubblico e dalla critica (l’ultima pellicola, Quando c’era Marnie, ha ricevuto la candidatura agli Oscar 2016).

Una scena di Quando c’era Marnie

Qualche spunto di riflessione


Abbiamo già visto i retroscena di questo cambiamento, ma potrebbe essere sensato pensare che la Disney non sia tanto interessata al 2D anche perché… ha già altre strade da seguire, come la trasposizione in live action di cartoni già noti.

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Alcuni dei protagonisti dei Live action disneyani

E poi, siamo certi che i bambini preferiscano la CGI all’animazione classica? Dopotutto, alla sua veneranda età, Biancaneve e i sette nani continua a essere un film apprezzato da tutte le generazioni, e personaggi come Brontolo e Cucciolo restano alcuni dei più gettonati su t-shirt, borse e prodotti di cartoleria.

Ma cosa potrebbe darci ancora lo stile bidimensionale e quali sono i punti deboli della tecnologia? Alcuni accusano il 3D di essere troppo realistico, facendo perdere quella “magia” e “fantasia” dei lungometraggi di in due dimensioni. Inoltre, le animazioni in CGI hanno creato delle diatribe per quanto riguarda le proporzioni e in generale la tendenza a voler enfatizzare le dimensioni degli occhi e del volto rispetto al resto del corpo.

Forse preferiamo vedere un disegno a mano piuttosto che una riproduzione al computer della realtà, perché quando guardiamo un Classico Disney ci piacerebbe allontanarci da quest’ultima. O forse siamo spinti a preferire il 2D per la nostalgia dell’infanzia? D’altronde il grande animatore Disney Vladimir “Bill” Tytla diceva che:

Il responso di colui che guarda è quello emozionale, perché l’arte parla al cuore.

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Alessia Loddo

Immagini © Disney

Fonti:

Disney Animation: The Illusion of Life, 1981, Frank Thomas e Ollie Johnston

Cos’è la CGI? GruppoA’s Blog

Disney ritornerà al disegno a mano? Metropolitan Magazine

Cartoni animati – Treccani

Come nascono i cartoni animati – Focus

Biancaneve e i sette nani, la creazione di un classico – MyNewAnimatedLife

Lucca Comics 2016 – Imperoland

Rotoscopio – Wikipedia

Tornerà il 2D nelle produzioni occidentali? AnimeClick

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