Ecco perché il Canto di Natale di Topolino è un capolavoro

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Si sa, a Natale ognuno ha i propri riti. C’è chi ama addobbare l’albero e preparare il presepe; chi si diverte un mondo con la canonica tombolata e col mercante in fiera; chi non si perde una riedizione di Una Poltrona per Due; e chi ama gustare le prelibatezze del periodo, dal panettone agli struffoli, dal pandoro al torrone, dalla frutta secca ai mandarini. Possiamo menzionare anche un’altra tradizione, senza timore di esagerare nel definirla tale presso gli appassionati delle storie di Paperi e Topi: l’immancabile rewatch del Canto di Natale di Topolino, un mediometraggio che ha assunto a tutti gli effetti lo statuto di Classico Disney del Natale.

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Dichiariamolo subito: abbiamo tutti gli elementi per definire questo cartone animato un capolavoro. Una qualifica di cui oggigiorno si abusa, è vero, ma non è questo il caso. Ecco i cinque motivi per cui questa versione dell’opera di Charles Dickens è un eccellente pezzo di storia dell’animazione Disney.

1) Fece tornare a brillare la stella di Topolino al cinema

Trent’anni: tanto era durata l’assenza di Topolino dai cinema. Nel 1953 il cortometraggio Topolino a pesca (The Simple Things) aveva posto una beffarda pietra tombale sulla carriera cinematografica di Mickey Mouse. Lui, quel personaggio che aveva rivoluzionato il cartone animato (e la cultura pop) col leggendario Steamboat Willie nel 1928, venticinque anni dopo si era trovato a battere in ritirata con un cortometraggio drammaticamente patetico, in cui trascorreva un pomeriggio a pescare. Topolino era stato relegato, letteralmente, alle “cose semplici”: una semplicità che, terminata la Seconda Guerra Mondiale, non esisteva più.

Un Topolino sempliciotto, ormai incapace di comunicare col pubblico, da The Simple Things

A cavallo tra gli anni Venti e Trenta Mickey era stato una figura di rottura, uno scavezzacollo entusiasta, che era riuscito perfettamente a incarnare l’America del New Deal, ottimista e… semplice, appunto. All’indomani del conflitto il Paese era invece nevrotico, complesso, meglio rappresentato dall’irascibile Paperino o dalle stralunate stramberie di Pippo.

Il Canto di Natale di Topolino fece scuola

Al declino di un Topolino ormai troppo piccoloborghese va aggiunto anche quello del mezzo espressivo. Il cartone animato per le sale cinematografiche si trovava ormai sul viale del tramonto, mandato in pensione forzata dalla comparsa di un nuovo medium: la televisione.

Il Canto di Natale di Topolino, per la prima volta da The Simple Things, rilanciava la carriera cinematografica della mascotte di casa Disney. Un’operazione simile era stata già tentata con Fantasia nel 1940, ma senza particolare successo. Invece Mickey’s Christmas Carol, abbinato alle riedizioni de Il Libro della Giungla e Le Avventure di Bianca e Bernie, riuscì a fare breccia nei cuori degli appassionati e si conquistò una nomination agli Oscar come miglior cortometraggio animato del 1983. Sulla scia del mediometraggio la Disney varò il formato della featurette, un cartone animato dal minutaggio più nutrito (venti – trenta minuti) e in grado di raccontare trame più articolate. Il successivo prodotto fu ancora una parodia in costume: Il Principe e il Povero, del 1990.

Il Principe e il Povero (1990)

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2) Rappresentò un passaggio di consegne

Ricordate il 1953, anno della resa incondizionata di Topolino con l’uscita dello sconfortante The Simple Things? Era stato anche l’anno in cui Burny Mattinson si era unito alla Casa del Topo. Forse questo nome vi dirà poco: Mattinson, oggi il più anziano dipendente in attività presso la Walt Disney Company, fu sceneggiatore, regista e produttore de Il Canto di Natale di Topolino. Un triplice ruolo che lo rese praticamente il demiurgo di questa trasposizione animata dell’opera di Dickens.

Assunto diciottenne per consegnare la posta dei Disney Studios, il sogno di Mattinson era diventare animatore fin da quando, a cinque anni, aveva visto al cinema Pinocchio. Non dovette attendere molto: già nel 1955 iniziò a collaborare come intercalatore per Lilli e il Vagabondo e negli anni successivi fu preso sotto l’ala del grande Eric Larson, uno degli uomini più fidati di Walt Disney.

Burny Mattinson, Disney Legend, nel 2008

La sua consacrazione arrivò con Robin Hood (1973), film per il quale fu promosso a character animator. Da quel momento partecipò in prima linea a una serie di produzioni che lo aiutarono ad affinare le sue abilità di animatore e narratore e gli insegnarono l’arte della perseveranza. Mattinson lavorò infatti a diversi Classici del periodo conosciuto come Medioevo Disney (1967 – 1988), in cui all’interno degli studi si respirava un’aria di grande incertezza.

Una luce nel Medioevo

Walt Disney era morto alla fine del 1966, lasciando la sua azienda senza una guida precisa. La crisi si acuì negli anni Ottanta: la casa di Burbank mostrò il fianco ad agguerriti rivali come Don Bluth, i cui film (come Fievel sbarca in America e Alla ricerca della valle incantata) riscossero maggior successo delle contemporanee opere a marchio Disney.

Nonostante la fase di instabilità, all’inizio del decennio vecchia e nuova guardia degli artisti disneyani si trovarono a dialogare e confrontarsi. I primi condivisero le proprie conoscenze e la propria tecnica con i secondi, pieni di idee e di voglia di creare, nell’ottica di un vero e proprio passaggio di consegne.

Ciononostante, qualcosa non aveva funzionato. Mattinson stava lavorando a Taron e la pentola magica (The Black Cauldron), che uscì solo nel 1985 dopo una fase di sviluppo lunghissima e logorante. Fu proprio questo logorio, causato da incomprensioni e dissapori, che spinsero Mattinson a trovarsi un altro progetto su cui lavorare. C’era una “recita sonora” Disney del 1974 che gli piaceva moltissimo: An Adaptation of Dickens’ Christmas Carol, Performed by the Walt Disney Players (di cui potete godere a questo link).

La copertina del disco An Adaptation of Dickens’ Christmas Carol, Performed by the Walt Disney Players

Canto di Natale di Topolino: il disco

L’incisione era stata scritta e interpretata da Alan Young, attore e presentatore appassionatissimo di Dickens, che sarebbe diventato di lì a poco la voce ufficiale di Paperon de’ Paperoni. Young, inglese figlio di scozzesi, fu il primo a donare a Paperone il suo caratteristico accento. In quell’occasione interpretava anche, per la prima e unica volta, Topolino (Bob Cratchit), Tip (Piccolo Tim) e Mago Merlino (qui il Fantasma dei Natali Passati).

Burny Mattinson era rimasto molto colpito dall’album, che conteneva anche un libretto illustrato con i protagonisti disegnati nello stile della fiaba. Perché non realizzarne un adattamento animato? Qualcosa a cui veramente gli sarebbe piaciuto dedicarsi? Mise nero su bianco la sua idea, corredandola con gli artwork dei personaggi, e sottopose il tutto a Ron Miller, all’epoca CEO Disney. Inaspettatamente, il massiccio e burbero Miller, genero di Walt Disney ed ex-giocatore di football americano, gli diede il via libera. Nei giorni seguenti gli comunicò che sarebbe stato anche il regista e il produttore del progetto: era la prima volta che Mattinson si trovava a ricoprire ruoli simili. Si trattava di un vero e proprio passaggio di testimone, dalla “vecchia” generazione di artisti alla nuova.

3) Confermò definitivamente che Paperone funzionava anche in animazione

Abbiamo già trattato in un altro articolo (e video) la carriera animata di Zio Paperone. Una carriera ben travagliata, a onor del vero, che vi invitiamo ad approfondire nel pezzo linkato. Il Canto di Natale di Topolino giocò un ruolo essenziale nel dimostrare che Paperon de’ Paperoni poteva funzionare anche sullo schermo, e non solo sulla carta. L’anziano magnate da lì avrebbe iniziato infatti ad apparire sempre più di frequente in opere animate, come la celeberrima serie DuckTales – Avventure di Paperi (1989).

La presenza di Paperone nella featurette non era affatto scontata. Prima di allora, l’unica altra apparizione di rilievo del miliardario era stata in Scrooge McDuck and Money (1967), un mediometraggio in cui spiegava a Qui, Quo e Qua (e agli spettatori) il valore e la storia del denaro. Un po’ pochino, non credete? Burny Mattinson e il suo team, che già avevano attuato un notevole recasting per l’adattamento del disco, avrebbero potuto assegnare il ruolo del protagonista a un personaggio più noto, per giocare sul sicuro.

Scrooge McDuck and Money (1967) era stata l’unica apparizione animata importante di Paperone fino a quel momento.

Mattinson, tuttavia, non aveva intenzione di cullarsi sulle proprie certezze. Questa per lui era una grande occasione, impegnativa ma in un certo senso vantaggiosa. Una featurette non era un compito oneroso come un intero lungometraggio: poteva osare, sbagliare e imparare dagli errori, ma sempre divertendosi e apprezzando davvero quello che stava creando. Poteva finalmente lasciarsi alle spalle le tribolazioni di Taron e la pentola magica.

4) È un perfetto matrimonio tra tradizione e innovazione

Sotto la guida spirituale dei due veterani Wolfgang Reitherman ed Eric Larson, la task force messa in piedi da Mattinson fece indigestione di suggestioni a tema Canto di Natale. L’idea era capire come altri creativi prima di loro avessero restituito la propria versione del classico natalizio di Charles Dickens. Si visionarono musical, film come La più bella storia di Dickens (che fu di ispirazione per le scenografie e l’atmosfera generale) e Il cantico di Natale di Mr. Magoo, quadri come l’olio di Carl Barks The Season to Be Jolly. Quest’ultimo, in particolare, fu ripreso per l’incipit del mediometraggio.

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The Season to Be Jolly (1974). Vi ricorda qualcosa?

Alla raccolta del materiale seguì una profonda riflessione critica. Cosa funzionava degli adattamenti che avevano visto? Cosa, invece, aveva bisogno di essere ampliato o tagliato? In primo luogo si confermò Paperone nel ruolo del protagonista, insieme ad altri personaggi chiave come Topolino-Bob Cratchit e Pippo-Jacob Marley. Si accumularono talmente tante idee da volerlo rendere un autentico lungometraggio, ma dai piani alti giunse il veto: un film di Natale avrebbe avuto un range di proiezione troppo limitato per poterne recuperare le spese.

In Canto di Natale di Topolino i cosiddetti standard character sono usati nella maniera più genuina. Mattinson e il resto dello staff, profondi conoscitori di questi straordinari attori, riuscirono a metterli in scena senza snaturarne le caratterizzazioni. Per Paperone questo risultò tanto evidente quanto palese, dato che il papero più ricco del mondo era stato creato da Carl Barks proprio a partire dal dickensiano Ebenezer Scrooge. Per altri interpreti, invece, il discorso fu più complesso.

Credere nei personaggi

Due sono i casi emblematici: Paperina e Pippo. La prima in questa versione del Canto interpreta nientemeno che Isabel, la ex fidanzata di Ebenezer, da cui l’avaro papero si era separato in gioventù per dedicarsi al suo denaro. Il secondo veste i panni (e le catene) del defunto Marley, suo vecchio socio in affari, che in vita derubava le vedove e truffava i poveri. E tutto nello stesso giorno!

Pippo è un ottimo Jacob Marley. L’avreste mai detto?

I personaggi sono veri e propri attori, che impersonano altri senza rinnegare se stessi. Mantengono il proprio carattere, mentre assumono caratteristiche altrui. E quindi, se Pippo diventa l’ex strozzino Jacob Marley, non rinuncia comunque alle sue stramberie e a combinare pasticci, alla sua gestualità e alla sua impostazione vocale. Se Paperina deve interpretare la fidanzata di Paperone, preserva comunque il suo timbro vocale e la sua recitazione.

E così noi ci crediamo. Stiamo al gioco. Per noi diventa plausibile persino che un personaggio ne interpreti un altro diametralmente opposto a lui. La maestria di sceneggiatori e animatori, nonché la grandezza di queste figure universali, sta precisamente qui.

Apparizioni, omaggi, cammeo

Nel Canto di Natale di Topolino compaiono anche altri personaggi in piccoli ruoli e gustosi cammeo che sono un’esplicita dichiarazione d’amore all’animazione disneyana. I tre spiriti sono interpretati dal Grillo Parlante (fantasma dei Natali passati), dal Gigante Willie (presente) e da un terrificante Pietro Gambadilegno (futuri), qui forse alla sua miglior apparizione animata. Solo il Gigante di Bongo e i tre avventurieri (1947) era già presente nel disco d’origine: lì, invece, erano rispettivamente Mago Merlino di La spada nella roccia (1963) e la Strega di Biancaneve e i sette nani (1937) a prestare il volto agli spettri dei Natali passati e futuri.

La featurette è massicciamente popolata da figure provenienti dai Classici Disney più disparati. Ciò risalta in particolare nella scena della festa: Taddeo Rospo (Le Avventure di Ichabod & Mr. Toad, 1949) interpreta Fezzywig, vecchio datore di lavoro di Scrooge. Tra gli invitati scorgiamo Cip e Ciop, Chiquita, Orazio, Clarabella, Qui, Quo, Qua, Ciccio, Nonna Papera, Zio Reginaldo (Gli Aristogatti, 1970) e addirittura gli orsi di Bongo e i Tre Avventurieri (1947), l’uccello segretario di Pomi d’ottone e manici di scopa (1971) e il sindaco di Chicken Little (1943).

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Nonna Papera alla sua seconda apparizione animata, dopo lo special televisivo This is Your Life, Donald Duck (1960)

Altri personaggi furono presi in prestito da Robin Hood (1973) e soprattutto dal segmento Il Vento tra i Salici (Le Avventure di Ichabod & Mr. Toad). Oltre a Taddeo Rospo, anche le faine (i becchini) e soprattutto Topus e Talpino, gli addetti alla raccolta delle offerte per i poveri. Nel disco questo ruolo era stato assegnato al Gatto e alla Volpe di Pinocchio (1940), ma si pensò bene di sollevare i due truffatori da una simile (benefica!) incombenza.

Nell’Ottocento del Canto di Natale di Topolino

Il matrimonio tra tradizione e innovazione emerge anche sotto il profilo tecnico. Per i personaggi si optò per un procedimento simile allo Xerox, ideato da Ub Iwerks e adoperato ne La carica dei 101 (1961). Lì i disegni degli animatori erano stati direttamente fotocopiati sui rodovetri: così si saltava la laboriosa fase di inchiostrazione e si conservava la spontaneità della matita.

Le scenografie, meravigliose e dettagliate, furono invece riccamente illustrate. In questo modo i personaggi sembravano staccarsi dagli sfondi, esattamente come nei cartoni dell’epoca d’oro dell’animazione. L’atmosfera risultò totalmente inebriante, in grado di trascinare lo spettatore nell’Inghilterra dell’Ottocento, anche grazie a degli artwork nei titoli di testa che paiono quasi delle stampe ingiallite dal tempo. In sottofondo la commovente Oh What a Merry Christmas Day, una canzone dolcissima e intrisa di puro spirito natalizio. È l’unico brano del film: nel rifacimento animato furono infatti eliminate le (molte) canzoni presenti nel disco.

Corpi e voci

Tanti sono i professionisti che hanno contribuito con la propria matita o la propria voce al Canto di Natale di Topolino. Tra gli animatori, da menzionare Mark Henn (in futuro colonna portante dello studio) che qui accettò la spaventosa sfida di far recitare Topolino dopo trent’anni. Con la sua arte riuscì a restituire un personaggio umano, fragile, dolce e delicato, in grado di esprimere con il corpo ben più di quanto dica solo con la voce.

Glen Keane, altra leggenda ancora agli inizi della carriera, si occupò di dare vita al Gigante Willie e a Pippo. A entrambi i personaggi conferì una mimica convincente e un’ampia gamma di espressioni, tratto distintivo del lavoro di Keane. Nella scena di Willie, l’animatore fece interagire il Gigante con l’ambientazione in modo libero e giocoso: i lampioni, strappati dall’asfalto come fossero fili d’erba, diventavano torce; le case erano tanti presepi, a cui il tetto poteva essere divelto senza conseguenze catastrofiche.

A proposito dei doppiaggi: Alan Young regalò la sua voce a Paperone per la prima volta, e non avrebbe mai smesso di farlo fino alla sua morte, nel 2016. Era stato lui stesso a insistere per avere la parte: la produzione inizialmente non gliel’aveva proposta poiché si temeva che avrebbe rifiutato. Wayne Allwine raccolse l’eredità di Jimmy MacDonald e doppiò qui per la prima volta Topolino, diventandone la terza voce ufficiale (la prima era stata quella di Walt Disney). Clarence Nash invece, che era stato il primo, storico interprete di Paperino e all’epoca in pensione da quindici anni, accettò eccezionalmente di tornare per un ultimo doppiaggio.

5) È il Classico del Natale per eccellenza

Mi fa una rabbia il fatto che diventerà il film definitivo del Natale e che lo rivedrò ogni anno in televisione.

Lo aveva confessato il produttore di Taron e la pentola magica a Burny Mattinson, durante una proiezione dei due “lavori in corso”. Non aveva torto: il Canto di Natale di Topolino diventò all’istante uno dei lavori più iconici dello Studio, premiato da immancabili (e meritate) repliche nel periodo natalizio.

Mattinson e i suoi riuscirono nell’impresa di produrre un adattamento sintetico, fedele ed efficace, con un casting azzeccato e personaggi così ben animati da sembrare effettivamente vivi. Non solo: tra le pieghe di quest’opera si cela anche una genuina passione per il mondo Disney, che ci viene restituita con ondate di emozioni che riescono a toccarci nell’animo.

Ci sono alcuni momenti di tenerezza e intensità che davvero non si possono ignorare. L’allegria ormai defunta della festa di Fezzywig; l’amore rifiutato della cara Isabel; la (misera) tavola di Cratchit, di fronte a cui il piccolo e malato Tim strabuzza gli occhi e glorifica l’aguzzino signor Scrooge; il finale dolcissimo in cui Ebenezer si ravvede, elargisce elemosine e nomina Cratchit suo socio, abbracciando il piccolo Tim.

Il Canto dei Natali futuri

La memorabile scena del cimitero merita un commento a parte. Le tinte dark la fanno da padrone: un mefistofelico Pietro Gambadilegno mostra a Scrooge la tomba del figlio di Cratchit, mentre quest’ultimo piange appoggiando la sua stampella alla lapide. L’arcigno Spirito dei Natali Futuri fuma un sigaro che illumina la scena notturna; si scopre il capo, ride malignamente e spinge il protagonista nella sua stessa tomba, mentre una bara infuocata è pronta ad accoglierne le misere spoglie. È una scena davvero intensa, al limite della disneyanità, in grado di spaventarci, commuoverci e turbarci ancora oggi. 

Poche cose ci scaldano il cuore, ci emozionano, ci fanno venire voglia di essere buoni con il prossimo e ci commuovono come questa eccezionale prova di cosa si possa raccontare con simili personaggi straordinari e universali. Poche cose vogliono dire Natale come Mickey’s Christmas Carol.

A ogni dono che farai più felice tu sarai,
quanta gioia ti darà dire buon Natale, dire buon Natale,
un buon Natale ognun avrà.

Mattia Del Core

Fonti:

(Ri)fare un classico: “Il canto di Natale di Topolino”

Il Canto di Natale di Topolino

Mickey’s Christmas Carol

Scrooge U: Part XIV — How Alan Young became a lucky McDuck 

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