Animazione e morte

Film d’animazione e morte? Mai esistite due parole più dissonanti. L’animazione è frizzante, colorata, divertente; il suo stesso nome è sinonimo di vita, come quella che i disegni acquistano tramite la pellicola. La morte, al contrario, è ciò che è sempre stata: immobilità, silenzio, non-esistenza, ma anche mistero. Dall’alba dei tempi gli uomini sentono il bisogno di comprendere la morte. Essa ci fa paura: possiamo disperarci per l’inevitabile, oppure esorcizzarla e prenderci gioco di lei.
Ognuno  compie la sua scelta e decide quale visione vuole adottare. Occorre considerare che questa, molto spesso, è frutto delle esperienze che abbiamo avuto: e quali esperienze si imprimono di più nell’animo umano di quelle vissute durante l’infanzia? Molto probabilmente (si spera), il primo incontro che ognuno di noi ha avuto con la morte è avvenuto attraverso un cartone animato.

Eh, sì, i cartoni. Ci fanno sognare, ci trasportano in mondi diversi, rendono possibile l’impossibile, e, almeno per due ore, ci fanno dimenticare della vita all’infuori dei disegni. Sono l’ultimo posto dove vorremmo trovare quello scomodo e spinoso argomento che è la morte. Ma, nove volte su dieci, nell’animazione la morte si presenta eccome: il suo arrivo è doppiamente traumatizzante e perturbante, proprio perché è considerato da molti un medium “per bambini”. Genitori che vengono uccisi, principesse che rischiano di non svegliarsi più, villains assetati di sangue: l’assortimento è vasto. Ma l’espediente narrativo spesso funge semplicemente da drappo per coprire delle importanti riflessioni su un momento dell’esistenza che, inderogabilmente, prima o poi ci toccherà in prima persona.

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Sì, stiamo singhiozzando anche noi

Un viaggio per scoprire noi stessi

È per questo che è importante che, nella pillola dorata che è il cartone animato, anche i più piccoli vengano a sapere che la vita, come ogni cosa, può essere spezzata. Per quanto riguarda invece gli adulti che vogliono avvicinarsi a nuove prospettive sul topos della morte, l’animazione nasconde dei tesori che possono giungere più in profondità del film in live action. Questo perché attingono alla dimensione del sogno e della fantasia, veicolo di emozioni  profonde e sincere.

Da Disney allo Studio Ghibli, dall’ovest all’est, da prospettive innumerevoli e diverse, ecco quindi 10 film d’animazione, più uno bonus, che affrontano il tema della morte e dell’aldilà.

Coco (2017, Pixar)

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Iniziamo il nostro viaggio di esplorazione nell’aldilà tornando indietro a molto, molto tempo fa. Come dite? Coco è uscito soltanto da tre anni? Avete ragione, ma per quanto questo gioiello d’animazione Pixar sia recente, affonda a piene mani nella tradizione messicana del Dia de los Muertos, che offre una delle visioni più gioiose della morte della cultura mondiale. È importante menzionarlo, in quanto si tratta di uno dei pochi film nella nostra lista che utilizzano un concetto preesistente di aldilà e lo fanno loro aggiungendo graziose innovazioni che si integrano alle antiche usanze.

Nel Giorno dei Morti messicano, i morti ritornano per una sola notte a fare visita ai loro cari rimasti sulla terra. Per invitarli a compiere questo viaggio, si decorano le tombe con fiori e ghirlande, si allestiscono altari con foto dei defunti nelle proprie case, si accendono candele per guidare le anime e si offrono loro cibo, bevande e vestiti. Non è considerata una festività luttuosa o triste, ma anzi un’occasione per riunire l’intera famiglia e celebrare tutti insieme il ritorno dei propri antenati.

Ribellarsi alla morte

È nel vortice di questa atmosfera che prende il via la storia di Miguel, un ragazzino che non riesce a provare alcuna simpatia per la festa. Egli vorrebbe infatti essere un musicista, ma la sua trisnonna, abbandonata dal marito mariachi, ha imposto a tutta la famiglia un bando alla musica, impedendone la pratica e perfino l’ascolto. L’eredità dei parenti, invece di arricchirlo, impedisce a Miguel di vivere la sua vita, vincolandola a quella dei trapassati. Durante la sera della festa l’antagonismo del ragazzino verso i suoi rigidi familiari cresce esponenzialmente. In un impeto di ribellione decide di ignorare il rispetto e la tradizione, compiendo un grave sacrilegio: ruba una chitarra dalla cappella funebre di Ernesto de la Cruz, celebre cantante, che ha scoperto essere proprio il marito scomparso della trisnonna.

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Parenti serpenti?

Questo atto spezza il sottile confine che separa i vivi dai morti nel Dia: Miguel inizia a vedere i defunti in visita, e scopre che ad essere a rischio è la sua stessa vita. Per rompere la maledizione che lo ha colpito, dovrà fare appello a tutto il suo coraggio e intraprendere un viaggio nel regno dei morti, venendo faccia a faccia proprio con coloro che aveva cercato di ignorare e disconoscere, i suoi antenati. I rancori sono ancora forti, e le ferite fresche. Le differenze continuano ad essere incolmabili, il dialogo sembra a prima vista impossibile. Miguel fugge per la seconda volta dalle sue radici. Nella solitudine però farà un nuovo incontro, che cambierà la sua prospettiva e lo aiuterà a riallacciare i legami con il passato.

La visione della morte presente in Coco può essere definita contraddittoria: dietro la facciata colorata e accattivante del mondo dei defunti, si nascondono leggi severe, animosità verso il prossimo e perfino discriminazioni di classe. La società spietata e perfettamente costruita dell’aldilà mostra come ad abitarla, in fin dei conti, siano sempre degli umani, con tutti i loro difetti e le loro emozioni. Ma Miguel riuscirà a scoprire che a tramandarsi non sono solo l’astio e la sofferenza, ma anche e soprattutto l’amore: anzi quest’ultimo è ben più duraturo, e difficile, se non impossibile, da spezzare o dimenticare.

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Quando c’era Marnie (2014, Studio Ghibli)

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Parlando dell’influenza che i nostri cari possono avere su di noi, e del rapporto inscindibile che ci lega ad alcuni di loro, non possiamo non menzionare il film Quando c’era Marnie, del 2014. Non si tratta dell’opera più famosa dello Studio Ghibli, nave ammiraglia dell’animazione giapponese, anzi, è il film che ha preceduto la loro interruzione della produzione, che dura ancora oggi. Diretto da Hiromasa Yonebayashi, non vanta le ambientazioni fantastiche e mitologiche dei suoi più illustri colleghi, ad esempio Principessa Mononoke o La città incantata. La magnificenza di Quando c’era Marnie è nella sua semplicità, nei suoi paesaggi al tempo stesso misteriosi e familiari, nei suoi personaggi assolutamente plausibili e umani, e nel modo sognante e nostalgico in cui la morte abbraccia la storia.

Così lontane, così vicine

Viaggiamo insieme ad Anna, la protagonista, alla volta di un paesino della campagna giapponese. Anna è lì per curare due cose: all’esterno, la sua asma cronica; all’interno, la sua solitudine e il suo odio per se stessa. Ha un passato difficile, non sopporta la madre adottiva, si sente inutile agli occhi del mondo e pensa che l’unico motivo per cui la famiglia la tolleri sia il sussidio mensile che ricevono per mantenerla. Rinchiusa nella sua fragile campana di vetro, Anna passa le giornate davanti a una misteriosa villa sull’acquitrino, disegnando paesaggi in silenzio.

La sua calma rassegnata viene turbata dall’incontro con Marnie, una ragazzina coetanea di Anna, ma che sembra essere il suo opposto: è solare, estroversa, femminile, ha dei genitori affettuosi, una casa sontuosa e un giovane fidanzatino. Nonostante le differenze, e l’aura di mistero che avvolge Marnie (che sembra apparire e scomparire come una visione) le due ragazze stringono un’amicizia profonda, invincibile, fatta di ascolto reciproco e affetto sincero.

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Una guida dal passato

Quando c’era Marnie è un racconto di formazione di rara bellezza. Anna è bravissima a disegnare, a cucinare, a vivere da sola. Ma c’è una cosa che non è in grado di fare: Anna non sa vivere. La sua anima non può essere contenuta nel suo corpo, si sente libera ma allo stesso tempo intrappolata. Ha bisogno di una guida, di un filo da seguire, di qualcuno che le mostri la strada.

Questa persona si rivelerà qualcuno molto più vicino ad Anna di quanto ella non abbia creduto all’inizio. Una persona che le vuole un bene così grande da trascendere i confini dell’esistenza per starle vicino, una persona che ha a cuore il suo futuro e che è lì per aiutarla a sconfiggere i suoi demoni interiori e a iniziare, finalmente, a vivere. E che così facendo, affronterà i mostri che l’hanno tormentata per tutta una vita, e raggiungerà finalmente la pace.

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Le stagioni di Louise (2016, JPL Films)

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Ci spostiamo dal Sol Levante all’Europa (in Francia, per la precisione) per parlare di una vera e propria gemma nascosta, frutto del genio di un luminare dell’animazione purtroppo sconosciuto ai più, Jean-François Laguionie. Le stagioni di Louise, questo il titolo del film, è del 2016. Alla sua uscita, Laguionie aveva già 77 anni. Un’età non casuale se si dà un’occhiata alla trama.

Soli con le proprie memorie

L’intreccio è estremamente semplice: Louise, un’anziana signora, sta trascorrendo la fine dell’estate nella località balneare di Biligen. Conta, per tornare a casa, di prendere l’ultimo treno della stagione ma, per una fatalità, lo perde, e rimane sola e abbandonata nella cittadina deserta. Louise non è persona da arrendersi e con tranquillità si adopera per cominciare la sua nuova vita, come una moderna Robinson Crusoe. A farle compagnia un cane randagio, vecchietto come lei, e i suoi numerosi ricordi.

Questo film è un affresco a tutti gli effetti: visivamente, con i suoi paesaggi leggermente accennati e i suoi tenui colori a pastello che lo fanno sembrare una cartolina sbiadita rinvenuta in un cassetto, ma soprattutto dal punto di vista della scrittura. È un affresco della mente di Louise, che ci fa compagnia per tutta la visione attraverso un lungo flusso di coscienza, interpretato per la versione italiana da Piera Degli Esposti.

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La tranquillità della fine

Louise rivisita i momenti del suo passato, non con amarezza o nostalgia, ma con il benevolo distacco di una persona che sfoglia un libro illustrato. Rimasta tranquilla di fronte al dramma dell’abbandono e di una vita da naufraga, allo stesso modo Louise resta serena anche di fronte all’eventualità della morte, rappresentata da Tom, lo scheletro di un pilota con cui l’anziana si confida. Sarà per lei un altro capitolo della sua storia, non da fuggire, ma da leggere con la stessa attenzione che si è riservata agli altri.

La sceneggiatura è di una delicatezza unica, ed essendo stata scritta da Laguionie stesso, si può intuire che nella visione di Louise ci sia anche un po’ della sua. La visione di un uomo ormai nell’inverno della vita (come nel titolo originale, Louise en hiver), che espone le sue riflessioni nel modo in cui l’umanità continua a esprimersi dall’inizio dei tempi: attraverso l’arte.

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Hercules (1997, Disney)

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Alleggeriamo un po’ il nostro viaggio con una tappa intermedia alla Casa del Topo. Facciamo così conoscenza di una visione radicalmente diversa dell’aldilà da quelle viste finora.

Come in Coco, l’oltretomba presentato nel film Hercules, del 1997, risale a una civiltà di molti, molti secoli fa: è l’Ade degli antichi miti greci, che porta il nome del suo re. Un sovrano rappresentato nella mitologia classica come nobile e introverso: egli infatti aiutò i fratelli a detronizzare il padre Crono, tiranno sanguinario e, ottenuto il dominio sugli inferi, vi si isolò volontariamente, evitando di intromettersi nei numerosi battibecchi fra gli dei dell’Olimpo.

Tra il mito e la celluloide

Nulla di più diverso dall’Ade che noi conosciamo, l’antagonista del cartone animato. In esso, infatti, Ade trama contro il suo fratello maggiore Zeus, lascia spesso il suo regno incustodito per compiere malefatte nel mondo dei vivi, ha una parlantina infuocata e un sarcasmo al vetriolo.

Ma se cambia il re, non per forza deve cambiare il regno. Come nei miti, infatti, l’Ade è un mondo fatto di oscurità e tristezza, privo di speranza, che accoglie indistintamente tutte le anime, non importa quali azioni abbiano compiuto durante le loro vite, destinate a trasformarsi in ombre e a vagare senza meta per l’eternità. Una visione senza dubbio agghiacciante. Inoltre, similmente alla letteratura classica, il protagonista Ercole deve compiere un viaggio negli Inferi per recuperare qualcuno che gli è caro.

Viene subito alla mente il mito di Orfeo, ma non è l’unico: l’Ade è sempre stato un luogo di introspezione, in cui gli eroi più temerari si avventurano, scoprendo spesso lati del loro essere che hanno cercato lungamente di tenere nascosti, e incontrando personaggi del passato che narrano le loro storie. Il percorso attraverso l’oltretomba può essere visto come viaggio di crescita interiore, e come sfida da superare.

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Divinità e mortalità

Tuttavia, per l’Ercole del cartone, l’arrivo nell’Ade è soltanto l’ultima tappa di una vita lambito più volte la morte, fin dal suo inizio. Come dimenticare l’agghiacciante momento in cui al piccolo eroe, rapito da Pena e Panico, i servitori di Ade, viene somministrato un veleno in grado di renderlo mortale? E l’episodio successivo, in cui i due si ripresentano sotto forma di serpenti e cercano di strangolarlo? Certamente una linea pericolosa lungo cui camminare, per un film d’animazione, anche se il confine della morte non viene mai varcato.

Da quel tentativo di infanticidio, comunque, Ercole ha acquisito anche lui un filo della vita, cucito dalle tre Parche: delle tre megere, una fila, una ordisce la trama della vita (cioè sceglie il destino), e l’ultima taglia. Questo sia nella mitologia che nel cartone. Gli unici a possedere un filo indistruttibile sono gli dei. E dopo la pozione stregata, Ercole è dio solo per metà.

Per lui, il premio al termine dell’esplorazione dell’aldilà sarebbe stata la realizzazione completa della sua forma divina. Ma La sua scelta di provare a salvare l’amata Megara, immortale o meno, è ciò che lo ha reso davvero puro di cuore e degno di essere ammesso nell’Olimpo. L’essere disposti al sacrificio disinteressato è un atto mille volte più onorevole di qualunque vacua ostentazione di forza fisica.

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La principessa e il ranocchio (2009, Disney)

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Continuando a parlare di film Disney e morte, facciamo un salto in avanti di una decina di anni, nel 2009. Questo l’anno di uscita de La principessa e il ranocchio, un film d’animazione che, sotto la facciata allegra e kid-friendly, nasconde temi quali il rimpianto, la magia nera, il sincretismo religioso, la reincarnazione e naturalmente la morte. Propositi importanti, per un film con un alligatore trombettista. Ma andiamo con ordine.

Il primo sentimento evocato dal cartone, dopo un’introduzione fiabesca e sognante, è quello della perdita: il padre della protagonista Tiana, a cui lei era legatissima fin da piccola e da cui aveva ereditato l’amore per la buona cucina, è morto in guerra da diverso tempo. A lui, e al suo sogno di aprire un ristorante sulle rive del Mississippi, Tiana ha dedicato la sua intera esistenza. Trascurando amici e se stessa pur di racimolare il denaro necessario attraverso il duro lavoro. Come già visto in Coco, Tiana subisce l’influenza di qualcuno che non è più con lei, con la differenza che in questo caso i vincoli sono farina del suo sacco e frutto di una interpretazione troppo “ortodossa” dei desideri del padre.

L’aldilà nella religione voodoo

Uno spiraglio ben più inquietante sul mondo dell’aldilà ce lo offre il perfido Dottor Facilier, antagonista del film. Lo stregone, un individuo già malvagio di per sé, ha stretto un patto con degli spiriti voodoo per soddisfare la sua fame di denaro: in cambio dei loro servigi, egli fornirà loro un succulento pasto a base di anime. Ma da come l’atteggiamento carismatico di Facilier cambia in presenza degli spiriti, diventando remissivo e condiscendente, possiamo dedurre che in caso non riesca a mantenere la promessa fatta, la loro vittima sarà proprio lui. Ed è proprio quello che succede alla fine, in una allucinante sequenza che vede il Dottore e la sua ombra venire divorati dall’entità più potente.

Il personaggio di Facilier rappresenta il lato più oscuro della vera religione voodoo: egli infatti è un bokor, uno stregone che ha a che fare con spiriti crudeli e vendicativi. L’aspetto positivo e pacifico di questa fede viene invece incarnato dai personaggi di Mama Odie, sacerdotessa della palude, e soprattutto di Raymond, la lucciola che assisterà i protagonisti quando, per un sortilegio di Facilier, saranno trasformati in rane.

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Sacrificarsi per un futuro migliore

Nel preludio al gran finale del cartone, Ray offrirà tutta la sua forza, benché esigua, per proteggere Tiana e il principe ranocchio, Naveen. Finirà così schiacciato sotto la suola della scarpa di Facilier, in una scena tanto improvvisa quanto commovente. Ma alla fine della vicenda, ogni personaggio avrà ciò che le sue azioni gli hanno fatto guadagnare: Tiana avrà imparato ad apprezzare ciò di cui aveva realmente bisogno, cioè un presente tutto suo, insieme all’uomo che ama, attraverso il bene e il male. Proprio come suo padre che, nonostante non abbia mai potuto aprire il suo ristorante, ha vissuto un’esistenza felice assieme a sua moglie e a sua figlia.

Ray invece, come dice la religione voodoo, ha raggiunto uno stato superiore dell’esistenza dell’anima e si è incarnato in uno spirito, assumendo la forma di un astro, per poter stare accanto a Evangeline, la stella da lui amata. Un finale all’insegna della giusta retribuzione degli sforzi esistenziali profusi.

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Kubo e la spada magica (2016, Laika)

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Il film Kubo e la spada magica, del 2016, è diretto da Travis Knight e prodotto da uno studio statunitense, Laika, specializzato in stop-motion. Questa è la tecnica con cui questo film è stato realizzato.

Il film è ambientato in Giappone, e trae molti spunti dal folklore nipponico, pur possedendo una trama originale. Le creature che il protagonista Kubo incontra, e talvolta affronta, durante il suo viaggio altro non sono che yōkai, creature sovrannaturali della mitologia giapponese. Sono spesso spiriti malevoli, non in grado di comprendere la natura umana, e considerano la nostra razza priva di utilità o, nei casi peggiori, cibo.

Un passato avvolto dal mistero

L’inizio della storia lascia presagire un film ricco di avventura, colpi di scena e fantastiche battaglie. Kubo, cantastorie che si serve di origami e di uno shamisen (strumento giapponese a tre corde, simile a un mandolino), deve trovare tre parti di una magica armatura per proteggersi dai feroci attacchi di suo nonno, intenzionato a rubargli l’unico occhio che possiede. Ancora una volta, assistiamo alla manifestazione di un passato aggressivo, che insegue il protagonista e lo perseguita per peccati che non ha commesso. A rendere più interessante la dinamica è il fatto che il nonno di Kubo sia il potente Re Luna, essere eterno che non appartiene a questo mondo. Kubo è infatti un han’yō, cioè un figlio di un umano e uno yōkai. Questo spiega i suoi poteri magici che gli permettono di animare i suoi origami e utilizzarli in battaglia.

Verso la metà del film però il tono cambia radicalmente. Già eravamo al corrente del fatto che Kubo non avesse mai conosciuto suo padre, e sperava di entrare in contatto con lui accendendo una lanterna durante l’Obon, la festa in onore dei defunti. Queste lanterne, accese sulla tomba di un proprio caro, vengono poi adagiate sulle acque di un fiume, e serviranno a guidare le anime dei trapassati fino alla Terra Pura. Queste informazioni, che sembravano dapprima essere un mero plot device per giustificare l’inizio del viaggio di Kubo, iniziano a permeare ogni centimetro di pellicola del film. Incontriamo gli aironi dorati, che si dice siano messaggeri del regno dei morti. Apprendiamo di più sui genitori e sul passato di Kubo. Il filo che unisce questo mondo e l’altro si fa sempre più visibile nella trama del film.

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Cosa ci rende quelli che siamo?

Giungiamo così a scoprire il motivo che spinge il Re Luna a voler strappare l’occhio a Kubo: egli vuole rendere il nipote ‘cieco’ all’umanità, privandolo di tutto, affinché possa ascendere al cielo insieme a lui e diventare un essere superiore. Ma Kubo risponde al nonno che ci sarà qualcosa di cui nessuno potrà mai privarlo: i suoi ricordi. La memoria dei genitori che non sono più con lui è il tesoro più prezioso, lo ha plasmato nella persona che è e non lo abbandonerà mai, finché vive.

Per richiamare a sé le anime dei morti del villaggio per sconfiggere il Re Luna, Kubo rimpiazza le corde mancanti del suo shamisen con tre oggetti: la corda dell’arco del padre, un capello della madre e uno suo. Questo rende il titolo originale del film, Kubo and the two strings, molto più adatto, in quanto la Spada Indistruttibile, che Kubo all’inizio cercava, a conti fatti si è rivelata inutile rispetto alla potentissima magia delle memorie. Nel commovente finale gli aironi dorati si rivelano essere l’incarnazione animale delle lanterne dei defunti, e Kubo riesce finalmente ad accettare il vuoto lasciatogli dalla morte prematura della sua famiglia.

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La sposa cadavere (2005, Warner Bros.)

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Di tutti i film della lista, questo è probabilmente uno dei primi ad essere balzati nella mente del lettore quando ha visto il titolo. La sposa cadavere non è particolarmente datato, ma a distanza di 15 anni dall’uscita questo capolavoro di stop-motion diretto da Tim Burton ha già acquisito lo status di cult, diventando iconico e globalmente conosciuto. È probabilmente il suo mix di horror, romanticismo e ironia dissacrante a fare breccia ancora oggi nel cuore di chi lo guarda.

Il jazz dell’aldilà

In un tetro paesino ai margini del bosco, Victor Van Dort deve sposarsi con la signorina Victoria Everglot per volere delle loro due famiglie. Ma, introverso ed impacciato, non riesce a memorizzare la formula che bisognerà recitare durante il matrimonio. Ha allora l’idea di provare a ripeterla da solo nel bosco, finché non riuscirà a ricordarsela. Infila l’anello su un ramo secco con l’aspetto di una mano, e pronuncia i voti per intero. Non l’avesse mai fatto: il ramo altro non era che la mano scheletrica di un cadavere in abito nuziale, Emily, che adesso considera Victor il suo sposo a tutti gli effetti.

Uniti dal giuramento, i due si recano nel mondo dei morti, un posto buio, triste e…aspetta, cosa? È musica jazz quella che sento? Pare proprio di sì. L’aldilà, in La sposa cadavere, è completamente diverso dal mondo di su, e in meglio: è colorato, allegro, senza costrizioni sociali e pieno di abitanti amichevoli e ospitali. C’è sempre festa nel locale del musicista Bonejangles, dove i morti accolgono Victor e gli narrano la triste storia della sua sposa. Inoltre, Emily ritrova il corpicino del cane di Victor, Scraps, e gliene fa dono, riunendoli di nuovo.

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La bontà di un’anima

Cosa c’è che non va in questa nuova vita? Be’, proviamo a metterci nei panni di Victor: saranno anche simpatici, ma gli abitanti del mondo dei morti sono scheletri, corpi in decomposizione, parti del corpo che camminano da sole…perfino la sua sposina ha un verme nella testa a farle compagnia. È comprensibile che il nostro protagonista voglia tornare dalla sua Victoria, di cui è innamorato.

Quando Emily riuscirà a ottenere finalmente la pace vendicandosi di chi l’ha assassinata, cambierà nuovamente vita. Il suo corpo martoriato si dissolverà in una nuvola di farfalle, simbolo di libertà, come in una metamorfosi, raggiungendo presumibilmente il paradiso. Ed è così che si scopre che il divertente mondo dei morti altro non è che un limbo, destinato a coloro che sono morti in maniera violenta o hanno ancora qualcosa in sospeso tra i vivi. Ma dunque, a far guadagnare a Emily la pace eterna, è stata davvero la vendetta? Oppure l’empatia e la comprensione provate per Victoria? Allo spettatore l’interpretazione.

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L’apetta Giulia e la signora Vita (2003, Mansfield Technology ltd)

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Il film che adesso tratteremo difficilmente vi suonerà familiare. Eppure è quello geograficamente a noi più vicino: L’apetta Giulia e la signora Vita, del 2003, è diretto da Paolo Modugno, ed è il primo film d’animazione 3D mai realizzato in Italia. Nel cast, Irene Grandi, Raf e Nino Manfredi; le canzoni, degne di nota, sono scritte da Sarah Dietrich.

La scarsa risonanza del film a livello di pubblico è probabilmente da attribuire al suo target di difficile identificazione. Per un bambino sotto i 10 anni, le riflessioni proposte saranno astratte e di ardua comprensione. Ma, per un adulto, i concetti espressi potrebbero essere considerati spiccioli e semplicistici. Nonostante ciò merita senza dubbio una menzione all’interno di questo articolo.

Imparare a vivere ascoltando

L’ape operaia n. 333202122 è appena nata, ma già insoddisfatta della vita: perché deve passare tutta la giornata a lavorare? E perché non può avere un vero nome? Desidera chiamarsi Giulia. Decide di andare a trovare Mamma Ape per esprimere le sue idee in proposito. La regina, sebbene impegnata nelle sue attività manageriali, decide di dedicarle ogni giorno un po’ di tempo per raccontarle delle storie che le spieghino meglio come funzioni la vita. Protagonisti di queste favole, in un ribaltamento di ruoli, sono due umani, Sara e Simone. Mamma Ape racconta la storia delle loro vite, da quando erano in cielo aspettando di nascere, a quando hanno appreso le lezioni che hanno permesso loro di diventare adulti.

Ma Giulia è impaziente: cosa accade alla fine? Cosa succederà quando saranno invecchiati? La sua mamma cerca di farla rallentare, perché verrà il tempo di parlare anche di quello, ma… non subito. Pensandoci bene Giulia ha le sue buone ragioni per mettere fretta a Mamma Ape: in quanto operaia, la sua aspettativa di vita è di solo qualche giorno.

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Serenità eterna

Così, ascoltando le storie su Sara e Simone, Giulia si fa grande, inizia ad avere i primi acciacchi, si fa grigia e assonnata, e infine si addormenta accanto alla sua mamma. La storia che quest’ultima le stava raccontando parlava di due piccoli bambini, uno con il tocco in grado di donare la vita, un altro con il tocco capace di dare la morte. I due infine si abbracciano, sorridendo, e affermano che nessuno dei due potrebbe esistere senza l’altro. Vita e Morte, in questo film d’animazione come nel ciclo della natura, sono amiche, e cantano insieme senza rancore o gelosia.

Nell’ultima scena, Giulia si trova in un mondo fatto di nuvole, simile a quello da cui sono arrivati Sara e Simone. Niente cartellini da timbrare, niente miele da raccogliere, solo fiori su cui posarsi e tanta beatitudine. Finalmente Giulia ha la libertà che ha sempre voluto, e si adagia su una sedia sdraio, salutando lo spettatore.

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Una tomba per le lucciole (Studio Ghibli, 1988)

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Siamo quasi arrivati alla fine del nostro viaggio, e cambiamo radicalmente atmosfera. Lasciamoci alle spalle le interpretazioni spiritose, i mondi colorati e il conforto offerto dalle religioni. Abbracciamo, per questo film, il più puro e spietato realismo. Si tratta del lungometraggio più vecchio di questa lista, essendo uscito nel 1988. Stiamo parlando di Una tomba per le lucciole, diretto da Isao Takahata.

Chi non lo conosce, ne viene rapito. Chi lo conosce, prova una sensazione di freddo al corpo al solo sentirlo nominare. È difficile immaginare che questo cartone, anch’esso dello Studio Ghibli, venne rilasciato nei cinema assieme a Il mio vicino Totoro: perché forse non esiste niente nel mondo della cinematografia in grado di comunicare una tristezza così profonda e terribile come questo film.

La crudeltà della Storia

Basti pensare che, solo nei primi cinque minuti, apprendiamo che entrambi i nostri protagonisti sono morti. E, attraverso un lungo flashback, seguiamo la storia che li ha portati alla loro dipartita. Il film si svolge a Kōbe nel 1945: siamo nell’ultimissimo segmento della Seconda Guerra Mondiale, e l’aviazione statunitense ha ormai come unico obiettivo piegare la resistenza del Giappone. Per questa ragione i bombardamenti a tappeto sono all’ordine del giorno: a seguito di uno di questi, il quattordicenne Seita e la sua sorellina Setsuko si ritrovano orfani e sfollati. Vengono accolti per breve tempo da una zia, ma a causa dello scarseggiare del cibo sono costretti a lasciare la sua abitazione. Il resto del film è dedito unicamente a mostrare i loro tentativi di procurarsi del cibo, sforzi che già sappiamo dall’inizio si riveleranno vani. I due bambini infatti moriranno di inedia a poca distanza l’uno dall’altra.

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Imparare dalla sofferenza

Questo film è privo di speranza. Non illude lo spettatore neppure per un attimo. Anche i momenti che sembrano spensierati e rasserenanti, rivelano in seguito la loro cinica natura. Un esempio perfetto sono le lucciole del titolo: una sera apparentemente tranquilla, Seita e Setsuko sono vicino al lago e vengono raggiunti da nugoli di lucciole, che divertono la piccola e portano un po’ di sollievo all’esausto fratello maggiore. Ma, il giorno seguente, al suo risveglio egli trova Setsuko intenta a scavare una buca, con accanto un mucchietto di tante lucciole morte. Sta scavando per loro una piccola tomba.

Il film termina con una nota che lo spettatore, se non sta soffocando nelle sue stesse lacrime, potrebbe perfino trovare positiva. Sullo sfondo di una Kōbe moderna, piena di grattacieli e traffico frenetico, si intravede una quieta landa erbosa, su cui camminano le due figure eteree di Seita e Setsuko, ormai diventati dei fantasmi perché morti prematuramente e senza sepoltura. I due fratelli si tengono per mano e sorridono, circondati dalle lucciole, guardando benevoli la metropoli giapponese. Il loro è un messaggio di pace per gli anni che verranno, affinché alle anime in pena non si aggiungano altre vittime innocenti.

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Bonus: Charlie – Anche i cani vanno in paradiso (1989, Sullivan Bluth Studios)

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Risolleviamo un po’ gli animi prima della discesa finale e parliamo del nostro decimo film, Charlie – Anche i cani vanno in paradiso del 1989, diretto da Don Bluth, il cattivo ragazzo che lasciò la Disney e decise di fare animazione per conto suo. Non è l’unico cattivo ragazzo da queste parti: il protagonista di questo film, Charlie, non è certamente da meno.

Un protagonista atipico

Charlie è un pastore tedesco, una razza canina considerata sinonimo di fedeltà, curiosità e obbedienza. Be’, si vede che deve esserci del meticcio in lui, dal momento che è un personaggio avido, approfittatore, bugiardo e criminale, ma anche amante della vita e del divertimento. Questo miscuglio di qualità lo spinge a compiere una delle scelte più criticabili della storia del cinema: ucciso da un suo ex socio d’affari, Charlie viene accolto in paradiso da un’ammiccante levriera, che gli spiega come, nonostante la sua pessima condotta, il suo posto in paradiso fosse assicurato fin dal principio dal momento che tutti i cani ci vanno, poiché «a differenza degli esseri umani, sono buoni, leali e gentili».

Cosa combina Charlie, giusto per confermare le parole della levriera-san Pietro? Ruba il proprio orologio della vita, che al momento del suo assassinio si era fermato, gli dà la corda, e torna sulla terra, dando un bello schiaffo in pieno muso alla dea fortuna.

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Non fare quella faccia, Charlie

Pace eterna? Sai che noia!

Il paradiso, in questo film, non è affatto visto come un luogo di riposo e beatitudine. Anzi, il suo perenne e immutabile status quo è considerato da Charlie una palla al piede di cui può fare volentieri a meno. Ma resta pur sempre una valida alternativa al terrificante inferno, protagonista di una sequenza che ha turbato non pochi animi. Verso la fine del film però Charlie dovrà compiere un atto che poco tempo prima non si sarebbe mai aspettato.
Una scelta che comporta una rinuncia al suo futuro per garantire quello di qualcun altro: Charlie dovrà decidere se anteporre la felicità di un’amica molto cara alla sua. Un dilemma non certo facile, considerando che nel migliore degli scenari Charlie sarà di nuovo morto. Può anche il peggio del peggio avere un’occasione di redenzione? Questa la domanda che il film di Bluth si pone.

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Il re leone (1994, Disney)

Il re leone 1

E finalmente eccoci qui. Siamo arrivati al film che forse più di tutti, e forse per primo, ci ha spezzato il cuore in mille piccoli pezzi. Ad essere sinceri, fino all’ultimo momento Il re leone ha dovuto contendersi la sua posizione nella lista con Bambi (1942, Disney), dall’equivalente potenziale traumatizzante. Tuttavia, per una questione di vicinanza generazionale, si è preferito inserire il film del 1994, lasciando al cerbiatto un posto d’onore nell’immagine di copertina.

La morte in famiglia

Probabilmente è stato il primo approccio con il tema della morte che molti bambini abbiano mai avuto. Di sicuro, è stato il primo per Simba. Quello che questo film possiede infatti, e che lo rende sotto un certo aspetto persino più distruttivo di Una tomba per le lucciole, è l’effetto sorpresa. La prima parte del film ci mostra il bellissimo rapporto che si è instaurato tra Simba e suo padre, ce li fa vedere felici, complici, preoccupati… una relazione vivace e pulsante. L’improvvisa morte di Mufasa è un vero e proprio fulmine a ciel sereno: qualcuno, abituato al modus operandi disneyano, era già pronto a vedere il leone barcollare un po’ e poi rialzarsi dopo averci fatto preoccupare. Ma nulla: Simba lo chiama, lo sfiora, cerca di tirarlo via. Poi comprende. E si accuccia al suo fianco. Il sole è tramontato sul regno di Mufasa.

Egli aveva già accennato al giovane leoncino del cerchio della vita prima di morire. Ogni essere vivente prenderà il posto di colui che lo ha preceduto: come il leone caccia le antilopi, esse si nutrono dell’erba nata dalla decomposizione del suo corpo. Aveva anche parlato a Simba dei re del passato, che dopo la loro morte sono divenuti stelle nel cielo notturno, pronti a guidare il futuro re quando sarebbe venuto il tempo.

Il re leone 2

Ma forse il discorso più importante è quello che precede il ritorno di Simba alla Rupe dei Re, introdotto dalla frase di Rafiki «Lui vive in te». Ciò che abbiamo già affrontato nei film precedenti, è contenuto e talvolta perfino meglio espresso dal messaggio de Il re leone: siamo i figli dei nostri cari, figli delle loro vite e dei loro errori, e non dobbiamo mai dimenticarli, perché loro saranno sempre con noi anche se non riusciamo a vederli, in quello che siamo diventati.

I ricordi come parte di noi

Quando fugge dalle Terre del Branco, Simba crede che tutto sia detto per lui su questa terra. Ha causato la morte di suo padre, ha fatto soffrire la sua famiglia, è stato bandito e ha consegnato il regno a un tiranno. Il passato non fa altro che bruciare dentro il suo cuore, ecco perché Simba sceglie di dimenticare con la filosofia dell’hakuna matata. Ma mentre cresce insieme a un facocero e un suricato, sue prede naturali, non si rende conto che così facendo sta danneggiando se stesso, e con lui l’ultimo barlume di Mufasa che è rimasto nel mondo tangibile.

La lezione che traiamo ancora oggi da Il re leone è che benché il passato ci accompagni sempre, e talvolta continui a ferirci, dobbiamo accettarlo come parte integrante di noi. Servirci di esso per migliorare il futuro, permettendo di apprendere dal passato delle lezioni e riconoscendolo come chiave di volta della nostra identità. Un’individualità plasmata nella sua essenza, come detto nell’introduzione a questo articolo, proprio dalle tante esperienze che abbiamo affrontato nel corso della nostra vita.

Letizia Somma

© Disney, Pixar, Studio Ghibli, Lucky Red, JPL Films, I Wonder Pictures, Buena Vista, Laika Entertainment, Universal, Warner Bros., Mansfield Technology ltd, Yamato Video, Sullivan Bluth Studios, Titanus

Letizia Somma

Nasce a Napoli ma ha l'anima bohémienne. Le piace molto il fumetto, di più l'animazione. È cresciuta sui classici Disney, cartacei e in celluloide. Spesso fa il tifo per i cattivi, ma sotto sotto è una simpatica canaglia. Non sa disegnare nemmeno una partita a tris.