«Può darsi  che la distruzione dei marziani sia soltanto differita. A loro, forse, non a noi è destinato il futuro.» (Herbert G. Wells, La Guerra dei Mondi, 1897).

Ci sono autori che sono dotati di una forma tutta loro di «preveggenza».
È inclusa nel “pacchetto talento”, che difatti in uno scrittore non si esprime soltanto nello stile o nella capacità di ideare storie originali, ma forse (soprattutto) nel «vedere il domani», nel donare ai propri simili un’anticipazione di un futuro lontano.

L’argomento U.F.O. (Unknown Flying Object), che prese consistenza nel Novecento, è assai complesso. Ma al di là delle umane diffidenze di molti — fra cui anche studiosi — su questi «strani oggetti», sarebbe (è) estremamente «povero» dal punto di vista intellettuale apporvi degli ideali “timbri” di bluff, di video creati ad arte e di megalomania da parte di chi rivela qualcosa sull’argomento.

Come dice il celebre paradosso di Fermi, in un universo a dir poco immenso, e di cui, fra l’altro, sappiamo ancora molto poco, è semplicemente impossibile — quantomeno per buonsenso — che la nostra sia l’unica forma di vita intelligente — e sulla reale intelligenza ci sarebbe anche da discutere.

Questo articolo nasce legato a una ricorrenza: il 2 luglio di ogni anno è la Giornata mondiale degli U.F.O. Ideata dai suoi organizzatori sì per ricordare il più celebre caso (se fu il primo, non si può affermare con certezza) di un possibile schianto sulla Terra di un velivolo non terrestre, avvenuto in un campo, il 2 luglio del 1947 a Roswell, nel New Mexico, Stati Uniti (in realtà, il terreno dello schianto è a circa 120 chilometri dalla cittadina di Roswell); ma anche per fare una pressione costante sui governi per far sì che siano desecretati sempre più documenti su vicende dagli anni ’50 in poi legate al fenomeno U.F.O. E affinché si dica la verità, qualunque essa sia.

Disney e gli U.F.O.

Nonostante l’argomento faccia anche ridere e sia oggetto di scherno, sono molteplici le storie con protagonista Topolino, ma anche i paperi, in cui i nostri amici entrano in contatto con creature (e in questo caso, per i disegnatori, la fantasia è sempre andata ben oltre i limiti, come giusto sia) provenienti da altri mondi (o sono loro a giungere su altri pianeti).

Pippo e gli UFO

La Guerra dei mondi, di Herbert George Wells, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1897 (in Italia arriverà nel 1901), è stato di fatto il primo romanzo in cui si racconta di un attacco da parte di «altre intelligenze» nei confronti degli umani terrestri.
Idea narrativa troppo ghiotta per Cinema, Fumetto e TV.

E infatti, nel 1987, divisa in due parti nei numeri 1625 e 1626 di Topolino libretto, venne pubblicata la parodia del romanzo, Topolino e la Guerra dei mondi, a firma di Alessandro Sisti per la sceneggiatura, Maria Luisa Uggetti per i disegni e Tiberio Colantuoni per i colori.

Lo sgomento
Lo sgomento di O’Pippy davanti all’oggetto precipitato dal cielo.

 

Purtroppo — è ciò che a me è sempre sembrato — per questa visione disneyana del romanzo di Wells, si scelse un “taglio” (o forse era l’unico possibile pubblicabile, dato il target) che non fa venir fuori (anzi, il contrario) il messaggio «oscuro» sull’Uomo che l’autore volle darci nel romanzo. I «mostri» sono (forse troppo semplicemente) i marziani (il punto non è chi siano gli aggressori), e l’unico pensiero di Topolino e i suoi amici è che quegli esseri lascino il prima possibile l’Inghilterra e il pianeta Terra.

Tutti gli umani che interagiscono come comprimari nella storia, quindi non soltanto i due protagonisti, sono persone per bene, quasi perfette, magari sempliciotte, inserite, come in un presepe, nei loro villaggi della campagna inglese. Tutti, all’improvviso, si ritroveranno al cospetto dell’invasore pericoloso.
Chissà se mai scorgeranno il pericolo avente le loro stesse facce.

Wells, ancor più che Jules Verne, fu un  autore che attraverso il romanzo moderno di fantascienza — che forse si può affermare nasca proprio con questi due autori più che con il Frankenstein (1818) di Mary Shelley —, cercò di mettere in guardia «l’uomo dall’uomo». Perché già in quel XIX secolo l’Uomo si sentiva al centro di tutto, e di poter fare tutto. E anche dell’universo iniziava a sentirsi «al centro»: una prosopopea già all’epoca antipatica e decisamente fuori luogo — chissà come Wells reagirebbe se tornasse in vita oggi.

Dunque, cosa fa una mente diversa (ancor più se preoccupata)? Attraverso ciò che sa fare, invia un «messaggio» ai propri contemporanei (si presume, soprattutto politici e uomini di Scienza) e ai posteri: Wells userà un’idea narrativa, che allora fu nuova e geniale.

Riflettiamo sulla forza dell’idea di far precipitare dal cielo una serie di «macchine»… a fine Ottocento o di far invadere la campagna inglese dai celebri tripodi alieni. Persino oggi, davanti a un ben fatto film di fantascienza, nonostante la nostra epoca ipertecnologica e i nostri viaggi nello spazio (e prossimamente il turismo spaziale diverrà normalità), restiamo incantati come bambini davanti a un velivolo spaziale o a sequenze di guerre galattiche. La stessa trasposizione cinematografica realizzata da Steven Spielberg nel 2005, se non ebbe tutto il successo che ci si aspettava ma solo un buon successo, dal punto di vista delle immagini è straordinaria.

I Tripodi
L’incontro particolare di Topolino, mentre ritorna a Maybury per seguire da vicino la situazione… aliena.

 

Topolino e La Guerra dei mondi, al contrario del romanzo, è «monodirezionale». Non vi è, quindi, un messaggio, non vi è il messaggio, presente, eccome, nell’opera: il confine fra consapevolezza delle proprie capacità e conoscenze da un lato e un’errata pienezza di sé che muta subito in arroganza dall’altro, è fragilissimo. E per Wells, l’Uomo lo aveva già superato: quel confine si era sbriciolato. Ad esempio con il colonialismo dell’epoca a opera dei potenti Stati europei (in fondo, l’Uomo ha fatto per secoli ai suoi simili la stessa cosa che i marziani fanno ai poveri inglesi). Era una “pratica” che l’autore proprio non sopportava. Era l’arroganza del più forte, che con il minimo concesso o lasciato agli indigeni di Paesi d’altri continenti, si prendeva dagli stessi tutto ciò che offrivano; e se vi era opposizione, il sangue cambiava il colore dei campi.

Nel romanzo di cui parliamo, qualcuno molto più forte — ma se accadesse domani sul nostro pianeta, avremmo le armi per combattere? — dimostra all’Uomo che può annientarlo in poche ore, in pochi giorni. Può cancellare la sua prepotenza lasciandogli contare le lacrime, e così tutta la sua «pienezza di sé» svanirebbe nel «nulla» di un buco nero.

Il finale del romanzo, per alcuni è troppo semplice, quasi banale.
Ma, al contrario, quel finale in apparenza non ricercato, è pesante quanto una gigante rossa. È il suo significato a esserlo: gli esseri arrivati dallo spazio con chiari piani di conquista della Terra e di eliminazione dei terrestri, non sono stati sconfitti dall’Uomo. Non sono bastate le sue modeste armi e la sua prepotenza che s’illudeva potesse renderle più efficaci della realtà. Fosse stato per tutto ciò, sarebbe andata molto male, e non soltanto per l’Inghilterra. Gli «esseri» dentro quegli U.F.O. a forma di cilindro, che nel romanzo “cadono” un po’ ovunque nell’Inghilterra del sud, sono stati uccisi da naturali batteri presenti nell’atmosfera terrestre, letali per loro e innocui per l’Uomo. Anche la semplicità (o la normalità), se serve, può essere letale.

Qualcosa, lassù, realisticamente, va su e giù: attraversa distanze che avremmo difficoltà a scrivere.
Li abbiamo chiamati U.F.O.
Non abbiamo certezze se noi (o i nostri discendenti) vivremo mai una scena simile a quella di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Ma è giusto considerare plausibile pensare che in un futuro più o meno lontano la Terra non potrà più essere la sola nostra “casa” — anche per il modo peggiore con cui ce ne prendiamo cura, ancor più dalla Rivoluzione Industriale in poi.

Allora, mi concedo la speranza che se quel tempo verrà, possa esserci similitudine (al netto, anche lì, delle solite malefatte umane), con i mondi e le galassie popolati di razze diversissime che interagiscono continuamente, presenti nella bellissima saga DisneyLe Cronache della frontiera.

Dove… «un alieno» mai visto ci sarà sempre.
Ma la moltitudine di facce, rumori e occhi, è attorniata, in fondo, dalle stesse stelle.

Baf 

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