Oggi si celebra la prima edizione del Dantedì: il 25 marzo, infatti, nella Commedia è il giorno d’inizio del viaggio di Dante nei tre regni dell’aldilà cristiano. Anche noi vogliamo dare il nostro contributo a questa vera e propria festa della letteratura e per farlo parleremo di una storia epocale: L’Inferno di Topolino, la prima Parodia Disney della storia del fumetto italiano. Il suo autore, Guido Martina, è famoso per i toni spesso un po’… crudi delle sue storie, e anche qui il Professore ha tenuto fede al suo nome. Per questo vogliamo mostrarvi i dieci momenti visivamente più pesanti e violenti (al limite del gore) di quest’opera epocale, nell’ordine in cui Topolino (qui poeta) ne è testimone nella sua discesa negli inferi. Ma introdurre solo in prosa questo articolo sarebbe troppo poco. Per questo vi diciamo:

Nel mezzo del cammin parte il bel viaggio
di Dante: è la Commedia, poi divina,
E la sua parodia, con gran coraggio,

sul Topo ha fatto il Professor Martina.
Il primo poema scritto in italiano
la prima parodia, che sopraffina!

Atto importante, e non poi così strano
che Topolino, piccolo fumetto,
Prenda a modello questo gran toscano.

Per noi non c’era esordio più perfetto:
Di Topolin l’Inferno dice “Anch’io
Letteratura son, se mi ci metto”

Letteratura infante, a parer mio
Ma un’opera ch’è un gran picciol tesoro
E al nostro Topolin dette l’avvio.

Guido Martina fece un gran lavoro
ma non senza mostrar scene violente,
perché l’inferno è dei dannati: loro

non posson viver da felice gente!
Ecco per voi le dieci scen più dure,
Non addolcite, né nascoste, niente,

A tutti voi le offriam, senza censure.

Canto IV: il Limbo

inferno

Dante e la sua opera sono un meraviglioso connubio di cultura classica e cristiana, e la sola scelta di Virgilio (poeta latino, ma gradito ai cristiani) come guida è chiara in questo senso. Per questo il Sommo Poeta, nella sua opera, omaggia le grandi figure della cultura classica. Non potendo donar loro un posto in Paradiso (pur con qualche ripensamento, nelle cantiche successive…), crea uno spazio non baciato dalla grazia divina, ma in cui comunque le anime non vengono punite: mi riferisco al Limbo. Martina, nel riproporre il Limbo, è molto meno lusinghiero con i grandi autori latini e greci, e immagina che un branco di scolari, per vendicarsi di tutti i torti subiti sui banchi di scuola, meni senza pietà Omero e compagnia bella. In foto, l’Aritmetica castigata con pinze, freccette e finalmente ammutolita con un lucchetto che sigilla le sue labbra problematiche.

Canto V: i lussuriosi del Secondo Cerchio

Inferno

Fuggiti a corsa da quel covo di matti che è il Limbo, Topolino-Dante e Pippo-Virgilio si ritrovano nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi. La lussuria è certamente un tema… scottante, difficile da trattare sulle pagine del Topo. Il Professor Martina, dunque, la intende non come passione sessuale senza limiti, ma come goduria, eccessiva cura del corpo, amore sfrenato per trucco e parrucco: così Minosse, lo spietato giudice infernale, diventa qui il gestore di un salone di bellezza per persone dallo stomaco forte. Abbiamo dovuto selezionare più di una vignetta di questa sequenza, per forza di cose. Qui sopra vediamo la pena di chi in vita amava sbarbarsi ogni mattina.

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           Un’acconciatura all’ultimo “grido”

 

Qui, invece, Minosse si improvvisa coiffeur. La critica alla brillantina, certo un po’ moralista e conservatrice, riflette bene il forte rigore morale di Dante (che era, prima di tutto, un uomo del suo tempo, com’è giusto che sia).

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Altro giro, altra corsa: con crudeltà sempre maggiore, il Professore mostra la punizione di chi in vita amava imbellettarsi. Qui, peraltro, possiamo trovare una delle moltissime citazioni dantesche presente ne L’Inferno di Topolino, ossia il “doloroso ostello”, che fa eco a una celeberrima terzina di Purgatorio VI:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Inferno Topolino

Ultima vignetta tratta dalla “quadrilogia del Canto V”. Questa vignetta, probabilmente per l’eccessiva crudezza (si noti l’affettato misto di dannato) è stata censurata nelle edizioni più recenti della storia. Interessante la formulazione del contrappasso: chi in vita si dava delle arie viene ora attirato dal potente getto d’aria di un ventilatore, e fatto a fettine da esso. Quasi tarantiniano.

Canto VI: i golosi del terzo cerchio

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Dopo aver superato (non senza una certa difficoltà, devo dire) il salone di bellezza di Minosse, i nostri due amici riescono a raggiungere il terzo cerchio. Tra i golosi qui puniti figurano Qui, Quo e Qua, ma troviamo anche un inaspettato momento di bontà martiniana. Infatti, quando i tre discoli salvano il povero Pippo (ridotto, come possiamo vedere, allo status di cappone), un fascio di luce divina scende a salvarli dalla dannazione, riportandoli in terra. Si tratta di un incredibile strappo alla regola stabilita da Dante: i dannati dell’Inferno, per il Sommo Poeta, sono destinati a essere puniti lì per l’eternità e oltre.

Canto VIII: gli iracondi del quinto cerchio

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Lasciamo da parte il settimo canto (che vede, tuttavia, la straordinaria partecipazione di Pluto in veste di demone infernale) e arriviamo a uno dei dannati più celebri dell’intero Inferno. Chi, infatti, non conosce Filippo Argenti, anche solo per la canzone di Caparezza? Mi riferisco al vicino di casa di Dante, punito tra gli iracondi, al cui posto possiamo trovare un professore “vecchio stampo”, irascibile e dall’insufficienza facile. Quando Topolino (esattamente come l’Alighieri) ricaccia a forza nella palude il dannato, questo si squarta il petto da solo a mani nude, rivelando di non avere un cuore, ma di essere pieno di meccanismi impazziti.

Canto X: gli… eretici del sesto cerchio

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Siamo sinceri: parte del fascino della Commedia risiede nella sua inattualità. L’impostazione culturale di Dante è totalmente diversa dalla nostra, per forza di cose, e questo ci affascina. Ma quando Martina si è ritrovato a scrivere la sua parodia, questo si è rivelato essere un problema: come inserire gli eretici nel suo Inferno? La soluzione è abbastanza radicale, e gli eretici non ci sono. Al loro posto troviamo, puniti esattamente nello stesso modo, gli “infiammabili”, le persone eccessivamente irascibili. Questo Canto, quindi, diventa un naturale prolungamento dell’ottavo (non a caso il nono Canto è quasi totalmente tagliato). L’irascibile per eccellenza, ovviamente, è Paperino, e per placare la sua ira Topolino e Pippo adottano un altro metodo abbastanza radicale: chiuderlo a forza in una delle arche in fiamme di quel girone. Viva l’amicizia.

Una curiosità: anche qui il Professore cita direttamente il testo dantesco con il primo verso della pagina (“E come quei che con lena affannata”), che riprende direttamente Inferno, I. In particolare si citano due terzine in cui Dante descrive il suo stato d’animo appena uscito dalla selva, paragonandolo a quello di chi abbia appena toccato terra, lasciandosi alle spalle il mare in tempesta:

E come quei che con lena affannata
Uscito fuor del pelago a la riva
Si volge a l’acqua perigliosa e guata

Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva
Si volse a retro, a rimirar lo passo
Che non lasciò già mai persona viva.

Canto XIII: la selva dei suicidi, secondo girone del settimo cerchio

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Facciamo un bel salto in avanti, e arriviamo a vedere la resa di un altro passaggio non proprio family friendly della Commedia: la selva dei suicidi. Anche qui Martina deve riscrivere Dante: a essere puniti nella selva non sono più i suicidi, ma i violenti contro le cose. Ciò che non cambia, invece, è la presenza di arpie in volo sopra alla selva, bestie che si rivelano essere, di nuovo, Paperino, sempre più affabile e sempre più pacato. In foto, lo vediamo salutare i suoi migliori amici con calore.

Malebolge

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Dopo aver incontrato, nel Canto XV, il suo vecchio maestro di scuola (evidente parodia di Brunetto Latini), Topolino segue Pippo fino al drago-taxi che li scorta sino alla soglia delle bolge infernali. Le bolge, nel poema dantesco, sono sostanzialmente dei fossati concentrici, in cui sono puniti i responsabili di peccati sempre più gravi. Nella parodia Disney, ovviamente, molte di queste tipologie di peccatori non compaiono. Sono ripresi, più o meno esplicitamente, i seduttori e gli indovini, e a questi si aggiungono i pericolosissimi criminali che in vita suggerivano le risposte durante le interrogazioni, o che marinavano la scuola. Quando arriviamo alla settima bolgia, ispirata a quella dei ladri, troviamo un personaggio che del ladro ha svariate caratteristiche: Ezechiele Lupo. Il lupo e i Tre Porcellini, infatti, in un primo periodo della storia editoriale di Topolino comparivano con frequenza sulle sue pagine. Qui il lupo viene punito per la sua brama di affettato suino, forse in modo pure eccessivamente brutale: diciamo che, come contrappasso vuole, chi voleva scarnificare i Tre Porcellini è finito scarnificato.

Nota a margine: qui Martina, peraltro, cita ancora una volta il Canto quinto, in particolare con la prima terzina della vignetta, che ricalca il pensiero di Dante circa la sventurata vicenda di Paolo e Francesca. C’è anche del romanticismo, insomma.

A seguire

La nostra selezione di vignette finisce qui, ma L‘Inferno di Topolino va avanti. Topolino e Pippo, nella loro discesa verso il Male assoluto, giungeranno fino al luogo in cui vengono puniti i più grandi peccatori della storia. Non parlo di Bruto e Cassio, ma ovviamente degli autori della Parodia, rei di aver osato sbeffeggiare l’opera di Dante. Non possiamo non apprezzare questo momento autoironico di Martina. Vi invitiamo anche a leggere la storia. Certo è un po’… brutale per gli attuali standard disneyani, ma ormai il peggio l’avete visto!

 

Testo in prosa di Alessandro Giacomelli. Poesia a cura di Agnese Amato e Stefano Buzzotta.
Selezione immagini a cura di Agnese Amato, Marta Leonardi, Giulia Donatelli, Antonio Manno, Alessandro Giacomelli e Stefano Buzzotta.

Immagini © Disney – Panini Comics

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