Un’ammirazione quasi religiosa

Watchmen non ha certo bisogno di presentazioni. Nel corso dei decenni si sono giustamente versati fiumi d’inchiostro per parlare della magistrale opera di Alan Moore e Dave Gibbons. In estrema sintesi, potremmo definirla la storia di supereroi che ha per sempre cambiato il modo di scrivere storie di supereroi, per la sua ricchezza e per lo spessore umano dei suoi personaggi. Io credo però che, nel leggere Watchmen, sia facile commettere errori prospettici. Sono passati molti anni da quel lontano 1986, e quindi ci accostiamo a questo fumetto sapendo già che è poi diventato una pietra miliare e conoscendo bene le vicende di Moore e Gibbons negli anni a seguire. E, proprio per tutto questo, siamo naturalmente portati a vedere in Watchmen un’opera polemica, nata dal puro desiderio di minare alla base tutti gli stilemi del genere supereroistico. Penso che la questione non sia così semplice.

Parliamoci chiaro: oggi Alan Moore odia visceralmente i supereroi. Lo ha ammesso in varie dichiarazioni pubbliche che hanno rapidamente fatto il giro del mondo. Ma sarebbe un errore credere che, a metà degli anni ’80, la sua opinione fosse esattamente la stessa. Ritengo che Watchmen non sia solo un’opera distruttiva, ma anche una lettera d’amore. Non un amore cieco, però. Parlo di quel tipo di legame conflittuale che non ti impedisce di far caso alle ingenuità e ai difetti del partner, ma che anzi ti spinge, proprio per affetto, a criticarli. Sono molti gli elementi di continuità (formale e contenutistica) tra questo specifico fumetto e i precedenti decenni di storie supereroistiche. È a partire da questa continuità che si sviluppano, poi, le principali divergenze. Per capire gli intenti dell’opera, però, è necessario analizzarne la genesi.watchmen copertina

Guardate la mia opera, potenti…

Nel 1984 la DC chiede a Moore di scrivere, oltre al mensile Swamp Thing, una miniserie. Per l’occasione, l’autore rispolvera un suo vecchio sogno: quello di creare un universo supereroistico a sé stante, svincolato da qualsiasi continuity. I limiti imposti da universi narrativi in piedi da decenni e decisamente arzigogolati rendono infatti difficile scrivere qualcosa di originale. Il concetto di supereroe però, nonostante tutti i suoi problemi e grazie alle sue ambiguità, affascina Moore. Ha già lavorato a diverse testate di quel genere nella sua carriera, sempre cercando di lasciare la sua impronta. Miracleman è forse l’esempio più interessante, e il primo vero caso di “riscrittura di eroi” nello stile di Moore. Si tratta di un personaggio nato negli anni ’50 come “rimpiazzo britannico” del Capitan Marvel della Fawcett, uscito di scena per controversie legali. All’inizio degli anni ’80 Moore lo rilancia per la rivista Warrior con tinte più cupe, prendendo in giro bonariamente i cliché tipici della Golden Age.

watchmen miracleman
Tavola dal primo numero del rilancio di Miracleman.

 

Watchmen, però, non è solo riscrittura: è un atto di creazione. L’idea è di inserire in un contesto narrativo nuovo, che risenta dello scorrere del tempo, dei personaggi classici. Per quanto riguarda i personaggi, Moore chiede alla DC il permesso di usare i Mighty Crusaders, della ormai fallita Archie Comics MLJ. Per problemi di diritti, decide poi di “accontentarsi” degli eroi creati o rilanciati da Steve Ditko (autore a lui molto caro) per la Charlton. Come disegnatore, Moore sceglie un uomo di fiducia: Dave Gibbons. I due si sono conosciuti a fine anni ’70 sulle pagine di 2000 AD, rivista fantascientifica, per cui hanno realizzato insieme dei racconti a fumetti per la serie Tharg’s Future Shocks. Da lì al 1985 il duo firma anche altre storie, tra cui è giusto citare Per l’uomo che aveva tutto, dedicata a Superman.

A mezzanotte, tutti gli agenti…

La coppia Moore-Gibbons si mette quindi al lavoro, ma la prima battuta d’arresto non tarda ad arrivare. La DC, infatti, annuncia ben presto di avere piani diversi per i personaggi della defunta linea Charlton. Giusto per fare un esempio, Blue Beetle partecipa nel 1985 al gigantesco evento Crisi sulle terre infinite, e possiamo trovarlo anche nella recente miniserie Eroi in crisi. I due autori, così, si ritrovano con in mano solo un’idea: scrivere un fumetto di supereroi innovativo e insolito, sperimentando nuove idee narrative. La svolta arriva durante la creazione dei nuovi personaggi (comunque ispirati agli eroi Charlton). La storia, inizialmente lineare, decolla quando Moore e Gibbons realizzano che, essendo Watchmen svincolato da ogni continuity, possono crearne una totalmente nuova partendo da zero.

Nel settembre del 1986, dunque, esce il primo numero di Watchmen. L’idea che Watchmen sia un graphic novel è piuttosto radicata al giorno d’oggi, anche perché già nel 1987 la saga fu raccolta in volume. Ma io credo che sia importante sottolineare la natura originale di questo fumetto, ossia quella di miniserie. Lo penso per vari motivi. Primo: per sviluppare il suo discorso sui supereroi, Moore si avvale della forma di diffusione caratteristica di tutto il fumetto supereroistico, ovvero la serializzazione (e lo fa su commissione di una delle più grandi madri di eroi della storia). Secondo: la natura di mini-serie della saga permette a Moore di creare un intreccio essenziale, pulito, lineare. Terzo: Moore concepisce ogni albo come prodotto a sé stante, e per questo ogni uscita ha una sua coerenza e un linguaggio interni, oltre a essere parte di un discorso più ampio.

Agghiacciante simmetria

Inutile girarci intorno: la narrazione in Watchmen è ottima, e questo si sa. Lo è, a mio parere, perché parte da una domanda semplice: che accadrebbe se i supereroi esistessero davvero? La risposta si dimostra ben più complessa del previsto. Gli eventi si svolgono in piena Guerra Fredda, in una New York che ha conosciuto diverse generazioni di eroi in costume. Le autorità hanno dovuto fare i conti con questo fenomeno, imponendo ai vigilanti di collaborare o di gettare le armi. Watchmen ci racconta (partendo da un caso di omicidio) il rapporto tra potere e superuomo, quello tra essere umano e maschera, quello tra supereroi, progresso e decadenza. Ma forse è ancora più affascinante la facilità con cui Moore padroneggia tutti gli stilemi del genere e li usa, in un’operazione quasi semantica, per raccontare qualcosa di nuovo.

Partendo dalle basi, mi soffermerei sulla struttura. Watchmen ha una griglia. Proprio come negli storici albi della Golden Age, e di buona parte della Silver, si tratta di una griglia standard (in questo caso di nove caselle) che, pur subendo variazioni, molto di rado rinuncia alla solida struttura a tre fasce orizzontali. Non c’è dubbio che sia una scelta consapevole: le storie di Moore su Superman, uscite nello stesso periodo di Watchmen, non hanno una singola tavola impostata in modo uguale a un’altra. La struttura iper-classica viene però riempita di nuovi significati. Penso per esempio al quinto capitolo, Agghiacciante simmetria, in cui l’alternanza tra le nove vignette della griglia viene usata per generare, appunto, una disturbante simmetria cromatica o narrativa. Anche a livello di contenuto credo che ci sia molto da dire.

watchmen simmetria
Agghiacciante simmetria: l’alternanza tra colori caldi e freddi crea un effetto visivo d’insieme decisamente d’impatto.

Sotto il cappuccio

Se vogliamo parlare di contenuto, è bene sottolineare che Moore e Gibbons forniscono un riassunto grafico di tutta la storia già dalla prima tavola. Lo smile (simbolo della serie che, in un’elegante ringkomposition, chiude l’ultimo numero), il sangue sul marciapiede di New York, il camion dell’industria di Veidt e il… passante dai riccioli rossi simboleggiano personaggi e sviluppi fondamentali per la trama. Per il resto, Moore usa volentieri alcune forme narrative tipiche del fumetto di supereroi. Penso certamente ai team-up, raccontati non senza una certa ironia, ma soprattutto alle cosiddette “storie d’origini”. In Watchmen, a mio parere, ce ne sono addirittura due.

watchmen prima tavola
Parte della prima tavola di Watchmen.

 

La tenebra del mero esistere, nono capitolo, analizza a fondo le origini di Laurie Blake, la sua provenienza e le motivazioni della sua lotta in costume. Qui gli autori hanno un’idea che non esiterei a definire registica. La boccetta di Nostalgia, il profumo di Laurie, scandisce la narrazione. Man mano che il racconto va avanti, la boccetta gira su sé stessa in senso orario, come un orologio (altro simbolo della serie). Questo orologio metaforico scoccherà la sua ultima ora nel momento della rivelazione finale.

Watchmen nostalgia
Copertina del nono albo della serie: la boccetta di profumo di Laurie Blake.

 

Ma l’esempio più evidente è il quarto capitolo, L’orologiaio. Qui troviamo tutti gli elementi di una “storia d’origini”. All’interno di questo canone, però, l’originalità sta nelle modalità di narrazione. Tutto si basa, infatti, sulla concezione del tempo del Dr. Manhattan.

watchmen orologiaio
Prima tavola del quarto capitolo di Watchmen: possiamo notare come il Dr. Manhattan percepisce il tempo.

Un mondo più forte d’amore

Questi due esempi, ovviamente, non bastano a chiarire quanto complesso e profondo sia il lavoro degli autori. Non è possibile per forza di cose analizzare l’intera opera (e sarebbe certamente utile e necessario). Spero che quanto detto basti a fornire un quadro complessivo dell’operazione-Watchmen. Quello che era partito come un “fumetto di supereroi con idee inedite” si è poi evoluto, diventando una critica a tutte le tare e le ingenuità (alcune molto rischiose) del genere. Nel muovere questa critica, però, gli autori sfruttano ciò che di meglio quello stesso genere ha da offrire.

Nel 1987, a lavori conclusi, Moore comprende anche un’altra cosa. Scrivere e leggere di supereroi gli è piaciuto, ma proprio durante la stesura di questi dodici albi ha capito che gli esseri umani dietro alla maschera lo interessano molto di più. L’anno successivo, con The Killing Joke, il bardo di Northampton dà il suo ultimo saluto agli eroi un tempo amati. Non tornerà più sui suoi passi.

Alessandro Giacomelli

Immagini © DC

Fonti:
Absolute Watchmen, RW Edizioni, Novara, 2016
Super comics n. 19, Max Bunker Press, Milano, 1992
Super comics n. 20, Max Bunker Press, Milano, 1992
I classici del fumetto di Repubblica n. 14, Panini Comics, Modena, 2003
I classici del fumetto di Repubblica n. 24, Panini Comics, Modena, 2003