Invito al viaggio

Dopo un’estenuante sessione invernale decido di fare i bagagli per godere di un po’ di sano riposo nel suolo natio, a cinque ore di treno dalla mia facoltà.
Documenti? Ci sono. Chiavi? Pure. Snacks? Immancabili. E Topolino? Frugo nello zaino e, dopo alcuni istanti interminabili, afferro il volumetto che temevo di aver dimenticato. La mia mano emerge tra le mille cianfrusaglie stringendo il numero 864 (18 giugno 1972). È la magia del viaggio, nel mio caso un “nostos“, il ritorno verso casa. Poco importa che le tribolazioni da me affrontate non abbiano nulla a che fare con ciclopi e sirene, assumendo semmai le fattezze di noiosi manuali, e che la mia meta non sia Itaca ma piuttosto un meno altisonante paesino molisano. Viaggiare è proiettarsi altrove, e farlo con l’iconico libretto tra le mani significa fiondarsi in una dimensione del tutto estranea ai cigolii delle rotaie e al brusio dei passeggeri. Mi concentro fino a raggiungere uno stato di trance mistico-disneyana, ho finanche l’impressione di sentire un «quack». Forse è solo una suggestione… o magari sono riuscito a proiettarmi dentro la storia d’apertura:
Zio Paperone e la capra degli Incas (Osvaldo Pavese/Massimo De Vita).

 

Di ovini e palandrane

viaggio palandrana
Qualcuno disse… «l’abito non fa il papero!»

 

Riiiip. Strap. Il fantastiliardario più amato del globo terracqueo è alle prese con una giubba ormai logora e sfilacciata, che si strappa ad ogni suo movimento. Un’insinuazione dei nipotini, riguardo una mitica razza caprina dal vello indistruttibile, fornisce a un Paperino in vena di scherzi l’occasione per beffarsi dello zio: annuncia da una radiolina gracchiante l’avvistamento di un esemplare nelle Ande peruviane. Il piumato plutocrate fantastica su una palandrana nuova di zecca dalla fibra infrangibile e, nonostante il nipote gli riveli la burla in un tardivo tentativo di dissuasione, parte immediatamente per Lima con dinastia piumata al seguito. Alla ricerca dell’ovino, dal caratteristico manto azzurro secondo le leggende autoctone.

 

… sul sentiero dell’unicorno!

viaggio unicorno
Paperino non impara dai suoi errori!

viaggio capra

La vicenda sembra ricalcare per certi versi uno dei classici di Carl Barks, Paperino e il sentiero dell’unicorno, e anche proseguendo nella lettura la sensazione non cambia: ritroviamo la ricerca dell’ultimo esemplare di una specie che forse non esiste, l’entusiasmo di Paperone contrapposto allo scetticismo di Paperino, gli evocativi scenari esotici sullo sfondo che lasciano presto spazio alle aspre vette locali (da una parte le Ande peruviane, dall’altra l’Himalaya), la presenza di villains venuti casualmente a conoscenza dell’insolita spedizione e subito prodighi nel vendere ai nostri un esemplare creato ad hoc. A un certo punto delle narrazioni, tuttavia, le storie prendono strade differenti: l’indebitato nipote e pargoli chiuderanno l’avventura realizzata dall’uomo dei paperi a bordo di una sfavillante limousine, mentre Pavese sarà meno clemente del maestro dell’Oregon, concedendo loro… una comunissima capretta.

And the winner is…

Pur non avendo le pretese del kolossal barksiano, Zio Paperone e la capra degli Incas è una storia assolutamente godibile che scorre fluida sino all’ultima tavola, con un paperino gaudente per aver portato con sé “Celestina”. Forse il nostro eroe, per una volta dimentico di debiti e ingiustizie, ha goduto del viaggio in quanto tale, comprendendo che il bello di un’avventura è il tesoro interiore che porta in dote, un trionfo morale che vale molto più di ogni premio materiale che possa essere ostentato con sicumera appena prima della parola fine.

L’ultima stazione

Vignetta dopo vignetta, tavola dopo tavola, storia dopo storia, giungo alla fine del mio viaggio. Lo ammetto, la sensazione che mi pervade è un po’ quella del naufrago che abbandona l’imprevedibile mondo che lo ha visto temporaneamente avventuriero per riabbracciare le comodità di una civiltà che aveva quasi dimenticato. Davanti ai miei occhi inizia a delinearsi un panorama familiare: è ora di scendere. Avvolto da un tornado di bagagli mi allontano dal vagone, avvicinandomi con la mente prima ancora che fisicamente alla mia destinazione. Pregusto già il calore degli affetti più cari, favolose delizie caserecce e auree vallate di annate del Topo, oltre che un meritato, lunghissimo, riposo… ma un’ultima esitazione spazza via le mie brame. I documenti? Ci sono. Le chiavi? Le ho addosso. Snacks? finiti! E Topolino? Dov’è Topolino?

Manuel Bacca

Immagini © Disney – Panini

Manuel Bacca

Molisano classe duemila, grazie al Topo impara a leggere, scrivere e disegnare paperi ancor prima di compiere i primi passi. Ama Battiato, i palindromi, le foto in bianco e nero, i dischi in vinile, le collezioni strane.
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