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Il giorno in cui scoprii che il mio appuntamento noir firmato Disney all’improvviso mi avrebbe lasciato solo per sempre nelle sue nebbie, provai – lo ricordo come fosse accaduto l’altro ieri – una delle peggiori amarezze e delusioni fino a quel momento.
Sarebbe stata una mancanza mai più del tutto risolta.
Non ero più un dodicenne, ero un giovane adulto, ma Mickey Mouse Mystery Magazine (o in breve, MM) era diventato dalla sua comparsa nel 1999, un appuntamento fondamentale. Era un “varco” che dalla mia stanza mi catapultava tra fumi quasi inutili ma giusti e architetture con più rumori che finestre. Senza elencare troppi «perché», era bastata Anderville con le sue ombre, e il nostro Mickey immersovi, per far sì che tale tsunami narrativo me ne facesse innamorare. Senza se e senza ma.

Ma non è ciò che piace o dispiace al sottoscritto il centro di questo pezzo.
L’origine è l’amarezza. E quindi la riflessione che periodicamente negli anni mi ha attraversato, anche a distanza di tempo dalla fine delle pubblicazioni −, ma è una delusione “a macchia d’olio”, che tocca anche le scelte cinematografiche.
Non riguarda soltanto MM, ma anche Kylion, amarezza erede della precedente, e infine W.I.T.C.H.

MM
Il primo numero di W.I.T.C.H. Oggi ha un buon valore per i collezionisti.

 

Parto da quest’ultima, uscita nel 2001. Per me amore immediato. Successo mondiale clamoroso, caso editoriale da studiare. Pubblicazione durata ben 11 anni e 139 numeri. Ma non tutti uguali. E non mi riferisco alle vendite, che pure diminuirono a partire dal 2008. È che a un certo punto tutto cambiò (anche) perché dopo le primissime serie, la qualità generale peggiorò, e fu “una discesa in cui gli ostacoli si scansavano”. Nei forum degli appassionati, l’opinione era unanime (e inattaccabile): “Non è più lo stesso W.I.T.C.H.”. In questo caso, non credo sarebbe uno scandalo parlare di una qualche forma di responsabilità (anche) del team creativo, che perse il filo, ispirazione o chissà cosa. Io smisi l’acquisto dopo la terza serie.
E dopo averlo fatto, quasi non ci credevo.

Kylion durò poco più di un anno, da maggio 2004 a giugno 2005.
…Quando lessi la sinossi, non era ancora in edicola il primo numero che faceva già parte delle sacre letture. Ma non fece innamorare i lettori. E dato che questo pianeta è una S.P.A., non vendendo il dovuto, chiuse.

Ma torniamo a MM.
Il caso più serio, perché l’idea più folle (nel regolato «Universo Disney»).
Ma anche la rabbia più rauca.
Però devo essere onesto fino in fondo con me stesso per esserlo con chi legge. La Disney che centellina un’agognata sfacciataggine creativa, è il cuore di queste righe. Ma riguardo MM io aggiungo un carico, e riguarda il gruppo di egregi sceneggiatori che lavorò al progetto.

Se un giorno avessi la fortuna di scambiare quattro chiacchiere con gli autori Francesco Artibani o Tito Faraci, chiederei loro perché non si scelse di evitare, oppure in un secondo momento, di ovviare al problema per cui dopo soltanto i primi sei albi, la trama orizzontale (in fondo, quella che conta) era già bell’e conclusa, su una vita totale di dodici albi (e conclusa anche anzitempo). Non sarebbe giusto e veritiero se affermassi che le restanti storie erano nulle in qualità. Non lo erano affatto…, ma che il Processo Lasswell sia durato soltanto sei numeri (o sette, con la coda di Black Mask) su dodici, lascia almeno perplessi. E – inevitabile – tutto ciò lasciò una certa sensazione che i restanti numeri sapessero un po’ di… “qualcosa che riempie il contenitore già colmo”.
Le vendite crollarono, la conseguenza fu ovvia. (E forse, lo fu anche qualche calice alzato al cielo nei piani alti).

Ma questo appena esposto è qualcosa di secondario.
Da sottolineare (e non dimenticare) sono le traversie, i compromessi e i bocconi sempre troppo amari da mandar giù per chi scrisse e disegnò la serie (incommentabile, per dirne una, l’indicazione giunta agli autori di terminare alcuni episodi con Topolino che lascia la sala di un cinema sull’ultima immagine della storia sullo schermo). Dall’alto, ben sopra Disney Italia, si auspicava normalità: più allineamento ai canoni che “una curva presa come nessuno”.

Se partiamo dal seme di tutto, e cioè da tre cerchi su un foglio bianco che divennero un topo dalle grandi orecchie, e riflettiamo un istante sull’elemento che diede vita al tutto… Elemento di cui, si può facilmente immaginare, debordavano mente e spirito del genio Walter D.: la FANTASIA.
Ma senza recinti attorno.

Continuo a chiedermi – lo so, inutilmente – che relazione possa esserci fra lo «Spirito dei tre cerchi» e il «Centro Creativo Europeo» Disney, che sovrintende e ha l’ultima parola su storie, uso dei personaggi, e sul come l’artista debba disegnarli: un organismo-guida (o controllo?) che «pesa» la creatività.

Durante un’intervista del 2018 sull’esperienza di MM, l’autore Artibani osservò come con il passare degli anni avesse compreso meglio il perché dei «No» e delle cautele dei capi Disney su quella serie; perché, disse Artibani, l’universalità di Topolino richiede cautela riguardo contesti e azioni in cui lo si inserisce.

Mi permetto di dissentire in parte, e non certo sul secondo concetto. Non ricordo che in MM Topolino sia stato trasformato in un RoboTop volante dalle grandi orecchie, e tantomeno la sua Minni in una creatrice di torte al sangue. Fosse stato, allora saremmo stati tutti d’accordo per una “sollevazione universale dei disneyani”. Invece, con il soggiorno ad Anderville, Topolino fu semplicemente “tolto” per un po’ dalle passeggiate al parco con Pluto, e messe in stand-by le ormai troppo ovvie “avventure” con Pippo, e le “complesse” indagini in aiuto dell’amico Basettoni.

Insomma, il libretto attuale − è abbastanza evidente ogni settimana − ospita troppe storie di Topolino&C. messe lì per raggiungere il numero prestabilito.
Storie da computo.
La qualità, decisamente, ha un altro indirizzo.

Concludo con un augurio che (mi) sa piuttosto di utopia ben truccata: che la nuova prossima saga di PK possa riaccendere la fiammella dell’audacia nei piani alti, e lasciare nuovamente, come in passato, le briglie sciolte ai grandi talenti nostrani più e meno giovani, non dimenticando che nel corso dei decenni i nostri hanno fatto scuola persino nel paese della casa madre.
Intanto, sono assai curioso della nuova storia in quattro puntate in arrivo a novembre, scritta e disegnata da Claudio Sciarrone.

…Gli avranno chiesto di stare attento nel non dare alle foglie autunnali un rosso troppo sangue…?

Baf