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L’album del mese: In The Court of the Crimson King

L’album del mese: In The Court of the Crimson King

Blood rack, barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.
Per inaugurare questa rubrica facciamo un salto indietro di esattamente cinquant’anni e torniamo all’ottobre del 1969.
Quell’anno fu rivoluzionario in tutti i campi, dalla politica alla società fino all’arte, in particolare nella musica.
Era appena terminato un decennio di frenetica sperimentazione in cui giovani gruppi quali Beach Boys, Beatles, Who, Moody Blues, Doors, Nice e un’infinità di altri avevano emancipato sempre di più la pop music nata nel decennio precedente dalla sua forma semplice ed immediata facendola diventare sempre più complessa ed elaborata sfruttando le innovazioni tecnologiche nel campo della registrazione e, successivamente, i nuovi strumenti musicali comparsi sul mercato verso la fine del decennio come il primo sintetizzatore inventato da Robert Moog e il Mellotron, il primo campionatore della storia che tramite un sofisticato sistema di nastri magnetici e leve consentiva di riprodurre i suoni di grandi orchestre e di strumenti particolari (aggiungendoci per di più un tocco particolare che rendeva i suoni corposi e unici e grazie al quale lo strumento è ancora oggetto di culto) e che fu reso famoso dai Beatles nella loro Strawberry Fields Forever.

 

king crimson 2

 

In questo ambiente freneticamente creativo il 15 ottobre di cinquant’anni fa i ragazzi di allora si ritrovarono nei negozi di dischi l’album di debutto di una giovane band britannica composta dal batterista Michael Giles e dal chitarrista Robert “Bob” Fripp, appena usciti dall’esperienza del trio di pop psichedelico Giles, Giles & Fripp, insieme al flautista e tastierista Ian MacDonald e al bassista e cantante Greg Lake. A completare la formazione c’era il poeta Pete Sinfeld ad occuparsi della stesura dei testi.
L’opera era d’impatto già dalla copertina, entrata a pieno diritto fra le icone della musica: nessun nome, nessuna foto e nessun titolo: soltanto il dipinto di una faccia deformata da un urlo di terrore.

 

king crimson 1

 

Era l’Uomo Schizoide del 21esimo secolo, il protagonista della prima traccia: 21st Century Schizoid Man, per l’appunto, in cui gli strumenti si lanciano in un riff distorto, oggi annoverato fra i riff pionieri del metal, e su cui la voce distorta di Greg Lake scandisce una profezia oscura per il secolo in arrivo: sangue, tortura, fili spinati, rogo funebre di politicanti, innocenti violentati dal fuoco del napalm, morte, cupidigia, consumismo sfrenato. Il brano poi evolve in una forsennata sezione strumentale dal sapore jazz in cui Fripp si lancia in un dissonante assolo di chitarra elettrica.
Non appena l’incubo schizoide è finito, si svela l’altra faccia dell’album: le dolci atmosfere acustiche dominate dal Mellotron suonato da Ian McDonald caratterizzanti I Talk to the Wind e la struggente Epitaph in cui Greg Lake su un’atmosfera malinconica canta l’ennesimo incubo distopico.
Knowledge is a deadly friend
If no one sets the rules
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools
La successiva Moonchild è la composizione più sperimentale, e per certi versi più ostica, dell’album: una prima parte melodica che lascia posto a un’improvvisazione di dieci minuti ai limiti del cacofonico.
Ma è la traccia finale in cui si svela tutta la magnificenza del gruppo: la In The Court of the Crimson King che dà il titolo all’album e il nome al gruppo. Si tratta di una mini-sinfonia di quasi nove minuti divisa in varie sezioni e dominata dai possenti archi del Mellotron.
Su di essi Greg Lake canta gli incubi onirici usciti dalla penna di Pete Sinfield in un’atmosfera medievaleggiante divisa fra la luce del Re Cremisi e le oscurità della Regina Nera e della Strega Infuocata.
Questo brano, più di tutti, getterà le fondamenta di quello che poi diventerà il rock progressivo nel decennio successivo fissandone gli stilemi ripresi dai vari artisti che caratterizzeranno questo genere, anche qui in Italia.
Tuttavia a riascoltarlo oggi, a 50 anni di distanza, oltre all’indubbio valore storico e musicale questo disco colpisce anche e soprattutto per i messaggi lanciati cinquant’anni fa da un collettivo di giovani inglesi destinati agli uomini del secolo successivo: il 21esimo secolo viene visto come un’epoca distopica, dominata da un’umanità schizoide, dalla guerra, dal consumismo, dalle disuguaglianze, dalla “conoscenza che è un gioco mortale se nessuno fissa le regole” e dal “destino dell’umanità nelle mani degli stolti“.
Insomma, è un disco che ancora oggi merita di essere ascoltato ed amato sotto tutti i punti di vista.

 

Giacomo Sannino

 

Ascolta l’album qui:

Giacomo Sannino

Nato a Napoli nel 1992 dove vivo e lavoro, musicista, laureato in Storia, redattore web, appassionato di musica e fumetti Disney, pker nell'animo, cresciuto con un Topolino in una mano e la Saga di PdP nell'altra. La mi trinità di passioni caratterizzanti la vita è composta dai fumetti Disney, da Star Trek e dai Foo Fighters, non necessariamente in quest'ordine. Admin di Ventenni Paperoni dal 2016 nonché creatore e direttore editoriale di VentenniPaperoni.com.

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