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Cavalleresco Disney: un’ipotesi di complotto, vol. I

Cavalleresco Disney: un’ipotesi di complotto, vol. I

Il Cavalleresco Disney: esiste?

Canto l’armi furiose e il capitano, chiamato Paperino, che fu visto combattere col senno e con la mano…

L’intento di questo articolo ha un fine probatorio. Vogliamo comprendere se è possibile parlare di un vero e proprio “canone” e, quindi, di un “genere” calato al suo interno. Oppure, in alternativa, cercare in una via meno pretestuosa l’esistenza di piccoli punti in comune, di fili (termine più che mai calzante) che, se intrecciati forniscono da soli un quadro ben delineato. Esiste o non esiste il Cavalleresco Disney? È lecito parlare di canone riferendosi alle storie che hanno parodiato le più grandi saghe epico-cavalleresche sorte a cavallo tra XV e XVI secolo? È un’impresa ardua, quasi un’ipotesi di complotto: trovare quindi un filo di Arianna, una traiettoria ideale che, come la freccia scoccata da Ulisse, inanelli la perfetta serie dei tasselli, le dodici (forse qualcosa in più) scuri predisposte per la sfida.

Il Paperin Furioso e la Paperopoli Liberata

Gli oggetti della nostra micro-indagine riguarderanno due opere. Innanzitutto il Paperin Furioso, pubblicato il primo maggio del 1966, sceneggiato e disegnato interamente da Luciano Bottaro, posto a specchio col capolavoro da cui prende le mosse, l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il secondo lavoro, invece, segue cronologicamente il sopracitato, allo stesso modo di come la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso seguirà l’opera di Ariosto. Il 14 maggio del 1967, infatti, viene sceneggiata da Guido Martina la Paperopoli Liberata con disegni di Giovan Battista Carpi. Due oggetti per un unico metodo di analisi, una comparazione volta a stabilire come le storie si comportino su due livelli di lettura, proemio e sviluppo narrativo, rispettivamente coi capolavori che intendono parodiare.

Proemio

L’incipit della PL (abbreviazione per Paperopoli Liberata) è disarmante. Una delle poche storie Disney dove un autore sceglie di verseggiare in metrica, mettendo in mostra un perizia che non solo tradisce una raffinata bellezza artistica, ma che rispetta perfettamente anche il metro dell’opera a cui si ispira: l’ottava. Se lo si leggesse extra contesto, senza conoscere il fine per cui è programmato, difficilmente si potrebbe pensare che staremmo andando a leggere una semplice parodia. Merita di essere riportato.

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C’è tutto: una dichiarazione di poetica; il cavalleresco filtrato da suoi topici elementi come l’arma e la presenza di un cavaliere pronto a ricercare l’occasione per disporre del suo valore e del suo talento; l’invocazione alla Musa e la preview della fama e della gloria a cui sarà legato poi il condottiero. Tutto questo non è presente, invece, nel PF (abbreviazione per Paperin Furioso). Qui Bottaro sbotta, ma in un modo parsimonioso. Nella prima tavola come sottotitolo compare un gioviale “poema poco cavalleresco”, a precedere poi la classica vignetta d’apertura di qualsivoglia storia Disney.

Sviluppo narrativo

Come ebbe a dire una volta Italo Calvino: l’Orlando Furioso è un romanzo che non inizia e non finisce. In primis perché si pone come naturale continuazione dell’Innamoramento di Orlando. E poi, anche perché fa della digressione, dei punti in sospeso e del groviglio gli ingranaggi perfetti della sua macchina. In ciò consiste la prima vera grande differenza tra l’opera e il Paperin Furioso: nell’Orlando è Angelica a fare da motore della narrazione. Già dal primo canto, infatti, ella scappa dal campo di Carlo Magno e mette così in moto tutti gli altri personaggi, intenti a ripercorrere le tracce della sua fuga. Nel PF Angelica è interpretata da Paperina che non è in fuga, è tendenzialmente statica tanto da restare imprigionata nel castello del mago Basilisco. Sorte analoga era capitata ad Angelica nel castello del mago Atlante. È nel personaggio di Paperino, invece, che la simmetria con l’eroe cristiano di Carlo Magno si fa pregna di significato.

Stupisce in questo caso la similarità della scena della pazzia in entrambe le storie: nell’OF il protagonista appena vede incisi i nomi di Angelica e Medoro sulla corteccia dell’albero e dopo aver ascoltato la storia dal pastore che li ha accuditi, divampa in una follia che ha come risultato la sua alienazione. Da cavaliere retto e assennato diventa personaggio instabile e pericoloso, capace di sradicare un albero a mani nude. Lo stesso capita a Paperino: alla notizia che Angelica si è sposata con Ciccio, egli impazzisce proprio come Orlando. Non solo acquista un’incredibile forza e si libera senza fatica dei cavalieri più forti, ma usa addirittura un albero sradicato per colpire il povero Archimede. Quindi, al netto delle cose, un Orlando non meno dissimile da Paperino e un Paperino non meno dissimile da Orlando.

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L’elemento fantastico

Non finiscono qui le analogie. Così come nel romanzo, anche nella parodia vi è una spiccata componente fantastica. Fra i personaggi magici si impone Strega Nocciola, la quale catapulta Paperino e Ciccio al tempo di Carlo Magno. Ed è sempre lei a offrire a Gastolfo – contraltare di Astolfo – una volta recatosi sulla Luna, l’ampolla contenente il senno di Paperino.

Sia il Paperin Furioso che la Paperopoli Liberata cercano di riprendere quanti più elementi possibili dalle storie che parodiano per tramutarli in immagini comiche, e ci riescono anche bene. È la Paperopoli Liberata però a fornire molte più immagini e a presentare una narrazione molto più dettagliata e complessa. Il ritmo è frenetico, ma funziona. L’azione parte dal campeggio dove, in quel momento, si trovano Paperino e i nipoti. Devono giungere a Paperopoli prima che i Bassotti riescano a prenderne possesso e a realizzare il loro piano, quello di rinchiudere in prigione le autorità cittadine e Paperon de Paperoni. Il loro cammino è funestato da ostacoli. Il più grosso quello che li vede soccombere nella trappola di un bassotto travestito da Magda Almida, alter ego della maga Armida, che nel poema originale irretisce i cavalieri cristiani. Giungono in loro soccorso Pippo e Topolino e Torquato, vero e proprio tasso soprannominato in questo modo da Qui, Quo e Qua. La storia resta comunque poco fedele all’originale, la parte fantastica soprattutto è quella ad avere meno spazio. Unica parziale concessione è rappresentata dal drago di Topolino e Pippo, un marchingegno meccanico in realtà che servirà loro a condurli a Paperopoli.

Esiste il cavalleresco Disney? La conclusione

Inizialmente ci eravamo chiesti se fosse possibile intravedere in queste le storie un’affinità coi romanzi da cui prendono spunto e qualcosa che le colleghi e le immetta in una categoria o canone. Questa era l’idea dietro cui soggiaceva, è il caso di dirlo, una vera e propria ipotesi di complotto. Esiste quindi il cavalleresco Disney? Le parodie, sebbene uscite a distanza di poco tempo, sono stilisticamente e tematicamente troppo differenti per essere considerate parti di un progetto più vasto. Resta tuttavia un tentativo che nella sua semplicità, emoziona e fa ridere. E soprattutto, posto a confronto coi giganti che tenta di imitare, non resta adombrato ma risplende di luce propria.

Matteo Fennec

Immagini © Disney

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