Giorgio Salati sulle tracce degli scomparsi

In queste settimane si è chiuso il miniciclo Commissario di Topolinia: Sezione ScomparsiGiorgio Salati, ottimo e duttile sceneggiatore, è riuscito a varare una serie dal sapore strettamente procedural, atipica per Topolino. Lo abbiamo quindi “rapito” e “torchiato” per capire come ha fatto!

D:  Partiamo da prima dell’inizio! I gialli e il poliziesco sono sempre stati una costante delle avventure di Topolino fin dai tempi di Floyd Gottfredson. Eppure, il rapimento di personaggi non conosciuti è stato sfruttato veramente poco. Come ti è venuta l’idea di sviluppare un ciclo proprio sulla sezione scomparsi?

R: Quando ho iniziato a lavorare alla Sezione Scomparsi (credo fosse il 2008) ero particolarmente intrippato con le serie procedural, specialmente CSI e Criminal Minds. Adoravo il gioco “enigmistico” con cui gli sceneggiatori distribuivano gli indizi e come fossero ben caratterizzati i protagonisti. Non veniva mai dimenticato il lato emotivo dei personaggi, dagli investigatori alle vittime ai colpevoli, aspetto che unito al ragionamento razionale permetteva la risoluzione dei casi. Mi piaceva l’idea di proporre qualcosa del genere a Topolino, dove i gialli hanno sempre avuto una loro dignità fin dai tempi (come ben dici) di Gottfredson. Di certo non potevo mettere in scena degli omicidi, ma allo stesso tempo non mi andava di riproporre i soliti casi di collane di perle rubate o simili. Non mi interessava mettere in scena semplicemente i freddi meccanismi investigativi, dove al centro dell’indagine ci fosse un oggetto materiale dal limitato valore emotivo. Ecco quindi che la scomparsa di qualcuno poteva darmi quel materiale “umano” su cui costruire delle storie che avessero quel minimo di portata emotiva che desideravo avere nelle mie storie: Chi è la vittima? Quali sono i movimenti, le passioni e le relazioni antecedenti la sparizione che hanno portato alla sua scomparsa?

D: Sempre a proposito di Gottfredson, ma anche Scarpa, Mezzavilla e Faraci, è stato difficile prendere le redini di un genere così tanto trattato in precedenza? Hai volutamente operato per distinguerti da loro, nell’approccio?

R: No, sinceramente non ho mai pensato di volermi distinguere, anche se non ho nemmeno tentato di emulare nessuno, quantomeno non volutamente. È però indubbio che da Scarpa a Faraci si tratti di riferimenti che sono senz’altro nel mio background e che di sicuro mi hanno influenzato, in queste come in altre storie.

D: Per tutta la durata della serie sei stato affiancato da Francesco D’Ippolito. Avete lavorato a stretto contatto? Quanto c’è di suo nella realizzazione concettuale?

R: Non si può dire che abbiamo lavorato proprio a stretto contatto perché tranne casi eccezionali è la redazione a tenere le fila del processo produttivo. Certamente Francesco ha messo molta fantasia e competenza ad esempio nel tratteggiare i personaggi nuovi quali Sara Fox e Kavanagh, di cui avevo fornito descrizioni molto stringate. In generale credo che abbia fatto un bellissimo lavoro e sono molto contento di aver lavorato con un disegnatore bravo come Francesco. È capitato di parlarne quando ci siamo visti, ho notato quanta passione lui abbia messo in queste storie e lo ringrazio molto. In sostanza, anche se l’input per personaggi e storie è venuto da me, ritengo che il suo apporto creativo sia stato fondamentale per la caratterizzazione di questa serie.

La splendida tavola d’apertura di uno degli episodi, a cura di D’Ippolito.

D: Manetta e Rock Sassi sono due personaggi che hanno davvero conquistato il proprio ruolo da protagonisti, fin dai tempi de La lunga notte del Commissario Manetta. È difficile utilizzare questi due personaggi?

R: Non credo sia molto difficile. Manetta aveva una caratterizzazione ben precisa fin dalla sua prima apparizione. Forse oggi si è un po’ smussata, ma resta un personaggio molto divertente. Anche Rock Sassi è ben caratterizzato, perciò basta aver letto un po’ di storie che li vedono protagonisti per riuscire a maneggiarli. Ho cercato anche di aggiungere un tocco personale, diversificando i due personaggi e ponendo l’accento su alcune caratteristiche: Manetta è il poliziotto più investigativo, sospettoso, mentre Rock è più diretto, muscolare, “alla Callaghan”.

D: Non c’è due senza tre, e i due poliziotti pasticcioni iniziano una stretta collaborazione con Sara Fox (e Winston Kavanagh). Com’è nata l’idea di questo personaggio che funge da centro operativo del terzetto? C’è la possibilità di un ritorno, anche al di fuori del ciclo?

R:Sentivo il bisogno di creare una vera e propria “squadra speciale” come succede appunto in serie come CSI o Criminal Minds. Non volendo creare troppi personaggi secondari, ho scelto una sola figura da aggiungere. Volevo che fosse: 1. esperta in questioni tecnico-scientifiche, 2. femmina (mi infastidiva che i protagonisti fossero solo maschi), 3. giovane. Mi sono quindi vagamente ispirato a personaggi come Sara Sidle di CSI Las Vegas, e D’Ippolito l’ha resa in una versione molto personale che trovo perfetta: carina, divertente, intelligente, dinamica. Non ho idea se ci sia possibilità di un ritorno, al momento non è previsto. Se dovesse apparire di nuovo però credo che sarà sempre nel contesto poliziesco “topolinese”.

Tipica tavola che illustra la sparizione della “vittima” di turno.

D: Nell’effettiva costruzione degli episodi, c’è una struttura ben definita che passa per un’apertura in una pagina che mostra la “sparizione”. Parlaci un po’ dell’effettivo ragionamento e la lavorazione dietro la costruzione generale e dei singoli episodi.

R: La tavola di apertura con la sparizione della vittima prima del titolo è un espediente che ho mutuato dalla serie Senza Traccia, dove vi era sempre un prologo di questo tipo, e che trovo perfetto, perché permette di entrare subito in empatia con la persona che i nostri protagonisti dovranno cercare per tutta la puntata.

Dal punto di vista della costruzione, il primo episodio uscito nel 2009 era una storia unica, pensata un po’ come un esperimento. Solo dopo la buona riuscita di questa si è deciso di dargli un seguito in una vera e propria serie. Nel complesso, ho cercato di mantenere molto blanda la “linea orizzontale”, principalmente sviluppando una relazione conflittuale tra Basettoni e Kavanagh, e un piccolo accenno a una qualche simpatia tra Rock e Sara… Non ho voluto inserire linee orizzontali troppo marcate perché in una testata come Topolino può essere controproducente. Un conto è una saga, che va fruita come una storia unica. Un altro conto sono serie di questo tipo, in cui la “linea verticale” dell’episodio dev’essere preponderante: le storie potrebbero non essere per forza pubblicate in sequenza e a breve distanza, e il lettore occasionale potrebbe perdere il filo se ci fossero degli sviluppi molto stretti che legano una puntata all’altra. L’unica altra “regola” che mi sono dato è che fossero previsti un po’ tutti i principali casi di sparizione: il rapimento, la fuga volontaria e la scomparsa accidentale, che possono anche essere visti come trasfigurazioni dei principali casi “letali” su cui può trovarsi a indagare una squadra investigativa: omicidio, suicidio e incidente.

Riguardo la costruzione dei singoli episodi, prima di stendere il soggetto mi appuntavo una piccola backstory dei movimenti della vittima prima della sparizione, in modo che poi i protagonisti potessero ricostruirli nel corso dell’episodio e giungere alla risoluzione del caso. Il più grosso rischio in questo caso era di scrivere backstory troppo complesse che reggessero bene ma che diventassero troppo complicate da spiegare nel corso degli episodi, perché si trattava comunque ogni volta di una storia dentro la storia.

D: L’ultimo episodio della serie ha tutto il sapore di un finale. È davvero così? Se anche fosse, ti piacerebbe cimentarti ulteriormente nel poliziesco?

R: Per adesso la serie è finita. Vedremo in futuro. Per quanto riguarda il poliziesco, c’è stato un periodo che ero proprio appassionato (vedi anche la mini-serie LAW che ho scritto per la Star Comics), forse al momento mi interessano di più altri tipi di storie. Questo non significa che non mi potrà ricapitare di scrivere altri polizieschi.

D: In conclusione, cos’hai nel cassetto per il futuro? Puoi svelarci qualche anticipazione sui tuoi progetti dentro e fuori Topolino?

R: Per quanto riguarda il fumetto Disney, tra poco più di un mese dovrebbe uscire un’altra storia su Battista (ormai è uno dei miei personaggi preferiti). Inoltre a breve uscirà il libro “Where’s Donald” che ha disegnato Gabriele Bagnoli su testi miei.

Fuori dal mondo Disney, sto continuando a scrivere per la serie animata 44 Gatti di Rainbow. Inoltre a inizio 2020 Tunué pubblicherà il secondo volume di Brina, che io e Christian Cornia stiamo ultimando.

Copertina de “Brina e la Banda del Sole Felino”.
Il buon Giorgio si congeda infine con uno spontaneo saluto a tutti i suoi (e nostri) lettori, e ci sembra giusto riportarlo:
Grazie a te Jihed e ai Ventenni Paperoni per la passione con cui seguono con costanza i nostri amati fumetti.

(KAPPA JACK)

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