Vito Stabile e il bastone ciminiano

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È innegabile come la storia di Vito Stabile di questa settimana lasci un forte sapore nostalgico nella bocca del lettore, incuriosito da un titolo che fa di un gioco di parole la propria forza. Attorno allo stesso, l’elegante illustrazione riassuntiva di Stefano Zanchi, che tanto richiama la usuale quadrupla di Rodolfo Cimino.

Il nome non è casuale. Tra i numerosi topoi che hanno caratterizzato la produzione disneyana d’oltremare e nostrana, quello della caccia al tesoro è tra i più storici e presenti. Da Gottfredson a Barks, l’idea di viaggiare alla ricerca di un bene di valore (ma non necessariamente prezioso), ha nutrito generazioni di ragazzi e adulti. Rodolfo Cimino ne creò un vero e proprio format funzionale di situazioni, capace di produrre storie sempre nuove e poetiche. Tale modello divenne ben presto parte integrante della storia narrativa Disney Italia, tanto quanto la parodia letteraria di Guido Martina. Ed è da questa scuola che Vito Stabile estrapola gli elementi per confezionare un’ottima storia. Ma attenti agli spoiler: siete avvisati!

La prova NON è il viaggio

Cimino era un cantastorie. I suoi giochi di parole resteranno indimenticabili: ki-kongi e tapirlonghi fiutatori, nel loro assurdo non-essere-ma-apparire affollano ancora la fantasia di chiunque ci sia cresciuto. Conscio di questo, Stabile inventa il recupero del bastone tubetano.

Da Ulisse a Phileas Fogg, secoli di avventure in viaggio ci hanno educati all’idea che è proprio lì che il destino testa i propri eroi. È giusto, invece, ipotizzare che un viaggio possa essere gulliveriano. Così, non diventa altro che l’espediente per portare becco e piume in luoghi etnici e segreti, magari protetti da prove indicibili, come… una partita di Wakayak. Ed è lì che l’obbiettivo della spedizione si ricongiunge alla necessità di sventare la minaccia. La risoluzione non era sempre affidata alle randellate, ma spesso al guizzo e all’arguzia (Cimino era un maestro delle parole, ricordate?) che tanto si addicevano a quel Paperone educato dalla vita, o a quel Paperino incattivito dal trattamento martiniano.

Vito Stabile, alla sua ennesima prova da filo-Paperoniano, opta per il primo caso, ma non disdice la sfrontatezza dello sfortunato papero, che avvia l’intera vicenda. Nella sua costruzione, quindi, Paperino e il bastone tubetano, si può considerare un bellissimo omaggio alla più viva tradizione italiana, che non potrei sintetizzare meglio se non nella cifra tonda che campeggia sulla copertina: 3300.

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