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talento paperone

Piccola riflessione del giorno: quante decine di volte è stata postata questa vignetta, in pagina o sul gruppo?

Alcuni di voi che leggono so che ce l’hanno addirittura appesa alla parete formato poster! Ma ogni singola volta il focus della discussione era sulla filosofia di vita di Paperone, la sua grinta e la sua propensione al duro lavoro.

Ebbene, per la prima volta sono stato colpito da un interessante parallelismo, che forse nemmeno Don Rosa aveva in mente quando ha scritto questo passaggio (ma conoscendolo, probabilmente sì): se Paperone rappresenta l’ideale dell’Uomo (o Papero) che si è fatto da sé, non grazie a un effimero talento innato ma grazie al sudore della fronte e i ripetuti fallimenti, spinto dal fuoco dell’ambizione, quale altro personaggio conosciamo che invece sembra avere una scorta infinita di talenti innati, rovinati dalla sua mancanza di esperienza, di autocontrollo e dalla sua pigrizia?

Proprio lui. Il Nostro. Donald Duck. Per lui il talento esiste eccome, le trame in cui lui si getta in un mestiere in cui riesce benissimo fino al tracollo finale (spesso dovuto a hybris o al ricorso a scorciatoie) credo siano lo schema più di successo per le storie di Paperino, da Barks a Concina passando per Faccini.

Anche se alternate a storie che lo caratterizzano come totale incapace, alcune delle avventure più iconiche e memorabili del Nostro rientrano in questo classico filone: chi di voi non se ne ricorda almeno qualcuna? Pizzaiolo vulcanico, pittore di pitto-pareti, architetto, demolitore, eccetera. Don Rosa stesso ci ha dato la sua versione della tragicommedia paperinesca in “The Master Landscapist“.
Ogni volta la caratterizzazione è evidente: Paperino ha una grande quantità di talento vocazionale negli ambiti più disparati, ma manca di quella disciplina e soprattutto della capacità di apprendere dai propri errori che hanno portato al successo lo Zione.
Quest’ultimo, afferma lui stesso guardando verso il lettore con lo sguardo della determinazione, si rifiuta di credere nelle capacità innate, a dispetto di quella che sembra essere l’evidenza: tutto quello che sa fare lo deve alla sua grande ambizione e la volontà di apprendere dalle esperienze di vita che ha vissuto.

E’ vero che la Saga tratta, chiaramente, di Paperone in primis, ma è interessante leggerla cercando questi piccoli punti di confronto tra i due protagonisti del mondo paperopolese. Perché se Cuordipietra è lo specchio di Paperone nel classico senso del gemello oscuro, Paperino lo è in una maniera molto più intrigante e umana. E come nella migliore tavola della storia papera, quella finale de “La Disfida dei Dollari“, il lettore deve potersi domandare schiettamente quale delle due facce della medaglia sente più vicina a sè.

Sergio Hooch Martinelli

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