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Duckenstein di Mary Shelduck – Recensione

Duckenstein di Mary Shelduck – Recensione

Ebbene sì.

Abbiam fatto trenta e facciamo trentuno, meglio un uovo oggi che una gallina domani, rosso di sera bel tempo si spera… insomma, ben tornati nel nostro consueto spazio dedicato alle recensioni delle più celebri parodie Disney! E quindi, siccome non c’è due senza tre (ok, la smetto) andiamo a parlare dell’ultimo tassello di quello che è stato senza dubbio uno dei più ambiziosi progetti in ambito parodisneyano:

Oggi, per il vostro giubilo, recensiamo Duckenstein, capitolo finale della tanto osannata (e giustamente aggiungerei) Trilogia Horror-Disney.

Se per caso vi siete persi per la strada le recensioni di Dracula e di Ratkyll & Hyde (MARRANI!), vi conviene recuperarle subito, in modo da poter comprendere meglio il modus operandi degli artefici di questa monumentale e tripartita avventura.

Dunque, manco a dirlo anche il terzo atto di questa lunga “pièce” (durata ben 4 anni!) è stato portato alla luce dalla mirabolante mente di Bruno Enna e dalle spettacolari doti artistiche di Fabio Celoni, capacissimi, come già visto, di rendere omaggio a opere così tanto conosciute e così tanto importanti per la letteratura gotica e, voglio azzardare, per lo stesso genere umano. Alla fine questi scritti hanno trasceso il loro stesso stato iniziale di “semplici” romanzi, fino a diventare veri e propri luoghi comuni, modi di dire insomma.

Voglio dire, chi ancora non sa che Dracula è un vampiro, che Mr. Hyde in realtà è lo stesso Dr. Jekyll e che Frankenstein riesce infine a dar forma alla sua follia? E come lo svizzero dottore anche i nostri cari autori hanno saputo dar forma a qualcosa di proporzioni mostruose.

Andiamo ad analizzare il lavoro di sceneggiatura realizzato da Enna, stavolta anche più complicato che in passato; dovendo adattare un romanzo alquanto inquietante e tremendamente filosofico come Frankenstein in maniera semplice e soprattutto “edulcorata” per essere proposta al giovane pubblico lettore di Topolino, il caro scrittore s’è trovato dinnanzi un compito molto più arduo dei suoi precedenti lavori di adattamento, riuscendo però brillantemente nell’impresa.

Se Dracula presenta in fondo una vicenda lineare e dai limitati risvolti filosofici, e Jekyll & Hyde sfodera l’alabarda psicologica solo nell’ultima parte del libro, l’opera di Mary Shelley affronta già dalle prime pagine (con le lettere del capitano Robert Walton) una tematica che sarà ricorrente per tutto il romanzo: la scelleratezza umana; nello specifico il superamento dei propri limiti e di quelli che ci vengono imposti. Capite bene che trasporre tutto ciò senza travisarlo o snaturarlo è un’impresa non da poco.

Ma trovando la solita “barbabietola” (affettuoso nome dato dal duo alla Chiave di Volta necessaria per una “traduzione” adeguata dal linguaggio letterario a quello disneyano), lo sceneggiatore sassarese ha saputo portare quella stessa atmosfera tanto folle e tetra nel solare e spensierato mondo Disney. Il modo? Innanzitutto facendo interpretare la vicenda ai nostri benamati paperi, scelti perché più drammatici e adatti a recitare in una vicenda di questo tipo, preferendoli così ai più “mainstream” personaggi tartufati. In secondo luogo traslitterando l’ossessione per la resurrezione di Victor Frankenstein (qui diventato Victor Duckenstein, interpretato da un Paperino più passionale che mai) in un’altrettanto insano interesse per quello che in fondo è (anche nella nostra realtà) uno dei mix più equilibrati tra arte e scienza: il cartone animato.

Duckenstein
Nei panni del protagonista troviamo Paperino, qui molto più tragicomico che in altre opere a lui dedicate.

Intuizione più geniale e semplice scarsamente sarebbe potuta venire in mente ad altri, ma al buon Enna (dopo aver fatto come sempre una sorta di ricerca filologica su tutto ciò che c’era da vedere e leggere sull’opera Shellyana), l’idea venne e, senza spoiler alcuno, funziona perfettamente all’interno dell’universo in cui la vicenda si svolge, senza se e senza ma. Ritornando un attimo sugli attori dello spettacolo si può solo dire che ai ben sfaccettati personaggi piumati, ciascun ruolo calza a pennello; anche se, a differenza della precedente parodia, anche qui come in Dracula si percepisce una non deleteria ma un po’ fittizia atmosfera da “rappresentazione teatrale”, andando così forse a tradire quello spirito “destabilizzato” dell’opera originale che nei punti prima illustrati si era cercato di rendere al meglio.

Come sempre, a dar forma alle idee di Enna troviamo Celoni, il quale stavolta così come parzialmente in Ratkyll & Hyde, decide di utilizzare il suo stile e il suo soltanto, definitivamente forgiato come detto nell’opera precedente, trovando tuttavia qualche difficoltà nel “creare la creatura”; infatti uno dei più grandi scogli incontrati dagli artisti Disney è stato trovare/creare un personaggio adatto ad incarnare il tanto temibile “mostro di Frankenstein”.

Scartata l’idea iniziale di Paperoga nei panni dell’aberrante creatura (sia ringraziato il cielo), i due decisero di creare un “character” nuovo di zecca, costruito per incarnare al meglio tutto quello che il personaggio originale rappresenta, ma adattandolo visivamente agli standard richiesti, trasformando così alcuni celeberrimi dettagli del mostro interpretato da Boris Karloff nella pellicola del ‘31 (al quale questa versione del personaggio si ispira parzialmente), come le viti nel collo in semplici ed efficaci tappi per le orecchie.

Duckenstein
Alcuni bozzetti della creatura: uno più “karloffiano” (a sinistra) e uno più disneyano (a destra).

Soffermandoci sullo stile generale dell’opera e sull’estetica adottata, anche qui i dettagli e le costruzioni steampunk si sprecano, essendo questi ultimi di fatto un pilastro portante della vicenda (il laboratorio nel quale la creatura prende vita), così come le costruzioni del primo ‘800, fedelmente costruite e capaci di far entrare il lettore in un’atmosfera ora sontuosa e lussuosa (la casa di Duckenstein) ora tetra e paurosa (il succitato laboratorio).

Il laboratorio di Duckenstein è a metà tra quello di Franklin e quello di un’artista romantico.

Una cosa da mettere in evidenza sono le linee estremamente dinamiche e fluide, tipiche di Celoni, ma qui più che in altri suoi lavori più flessuose e dense che mai (a volte i personaggi sembrano fluttuare, tanto sono sinuose le loro movenze); essendo i personaggi Disney “meravigliosamente duttili” secondo il disegnatore, ed essendosi lui stesso formato oltre che sul fumetto anche sull’animazione, sia nelle movenze sia nella fotografia (come vedremo in seguito) si può osare, talvolta anche mescolando i due linguaggi, non essendoci una vera e propria linea di demarcazione tra i suddetti.

La fluidità dei movimenti dei personaggi caratteristica dei disegni di Celoni qui viene portata al suo massimo.

Tornando come accennato alla fotografia “Celoniana”, quest’ultima non delude, tornando a insistere sui dettagli in primo piano, un po’ come in Dracula, inusuali per le classiche storie a fumetti Disney, ma funzionali per trascinare ancora più in fondo a quel vortice di pazzia il lettore, al quale sembrerà davvero di trovarsi lì a vivere l’avventura in prima persona. Infine per rendere al meglio le scene più cariche di “tensione orrorifica”, il disegnatore milanese ha fatto ricorso a uno degli elementi caratteristici delle storie Disney oggi più dimenticati (o volutamente non calcolati): il terrore visivo.

Pensateci bene, quante volte non vi siete sentiti in preda all’angoscia guardando scene come la fuga di Biancaneve nel bosco o “Una notte sul monte Calvo” di Fantasia?

In fondo quelle scene erano fondamentali per andare a creare una sorta di “contraltare” narrativo: alla fuga terrorizzante di Biancaneve segue la tranquillità e la ritrovata serenità della principessa, e a Černobog in mezzo alle fiamme segue l’immensa e altrettanto maestosa pacatezza dell’Ave Maria di Schubert. Ecco, anche qui terrore e tranquillità si alternano, creando un equilibrio mai tradito, da nessuna delle due parti in causa.

Infine i colori, stavolta non di Mirka Andolfo ma di Luca Merli (artista altrettanto valido), iniettano una dose spaventosa di suspense nelle già stupende tavole di Celoni, adattando toni che vanno da quasi tutte le sfumature del blu e del verde nelle scene diurne e/o particolarmente tranquille a un rosso cremisi accesissimo per sottolineare i punti più al cardiopalma della storia.

Duckenstein
La fuga della creatura è senza dubbio uno dei momenti più alti della narrazione.

I due addetti alla parte grafica hanno (come sempre) lavorato a strettissimo contatto, definendo un’estetica del colore che si rifà molto a un certo tipo di espressionismo visivo (il cielo durante la notte in cui nasce la creatura ne è un valido esempio) slegandola così da qualsiasi canone di realismo.

Una scena notturna e ricca di tensione, caratterizzata da un massiccio uso del rosso e delle sue sfumature…
Duckenstein
e una scena diurna e (relativamente) calma, piena di colori freddi, come l’azzurro e il verde.

In conclusione ci troviamo di fronte alla terza meravigliosa parte di un progetto fumettistico durato 4 anni che è stato, come già detto più volte, capace di attuare una rivoluzione in campo Disney come mai nessuna prima, definendo un nuovo tipo di “reinterpretazione disneyana”.

Purtroppo è finita anche questa nostra serie di review della suddetta trilogia, ma non temete! Ci sarà assolutamente modo di rincontrarci ancora! Voglio chiudere questo ciclo di recensioni con una delle immagini più belle dell’intera saga, tratta proprio da quest’ultima opera, che meglio sintetizza il processo creativo che c’è stato dietro alla realizzazione di questi tre masterpiece del fumetto italiano contemporaneo.

Bruno Palma

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