“Di meglio? Che cosa c’è di meglio che giocare al campetto?”

È la frase che dice Qui rivolto ai suoi amici che stanno giocando con la tuta guarda-calcio. Esattamente, cosa c’è di meglio del calcio giocato? È la domanda che ci pone Zio Paperone e l’affarone del guardacalcio nel numero 3255 di Topolino. La storia di Augusto Macchetto e Mario Ferracina racconta uno dei  grandi cambiamenti – o, se vogliamo, problemi – dello sport nella nostra contemporaneità di connessione perpetua e disintermediazione.

La trama racconta una delle situazioni più ricorrenti a Paperoli: una nuova invenzione di Archimede, Zio Paperone che vuole sfruttarla a scopi commerciali, la competizione con Rockerduck per migliorare l’invenzione e guadagnare più del rivale.
L’invenzione in questo caso è il guardacalcio, un visore che permette di vedere una partita di calcio dalla prospettiva di chi la gioca, poi innovata nella tuta che permette anche di fare i movimenti dei calciatori. Strumenti che, offrendo una più comoda esperienza calcistica, allontanano le persone dagli stadi e fanno perdere completamente il senso del gioco e il contatto con lo stesso.

Paperone presenta il guardacalcio
Nessuno che segue più il calcio allo stadio e nessuno che ci gioca più

Lo scenario distopico dei paperi racconta la tendenza del calcio italiano (ma anche europeo e internazionale). In Italia l’indice medio di riempimento stadi è del 54% ed ogni anno cala di qualche decimale (fonte Calcio e Finanza). Significa che mediamente, durante una partita di serie A, mezzo stadio rimane vuoto. Contemporaneamente crescono i ricavi dei club derivanti dai diritti tv, circa 1,6 miliardi su un totale di 2,4 miliardi del fatturato sommato dei club di serie A (fonte Calcio e Finanza). Lo stesso campionato asseconda questa tendenza programmando gli orari delle partite in base alle esigenze televisive e limitando la possibilità delle persone di andare allo stadio.

Il paradosso è che abbiamo un’infinità di mezzi per fruire calcio, essere informati costantemente, vedere giocatori e campionati da ogni parte del mondo, ma stiamo perdendo sempre più contatto con il gioco. Non è raro che un ragazzino veda tutte le partite in tv del sua squadra, segua sui social i giocatori conoscendo cosa mangiano, ascoltano, indossano e fanno nel tempo libero, ma non li abbia mai visti giocare dal vivo. Aggiungendo poi il fatto che gli stessi ragazzini, per mancanza di spazi e tempo, si ritrovino sempre meno a giocare per strada o nei campetti, magari rimanendo a casa con un videogioco sul calcio.

calcio paperopoli
Il guardacalcio e gli stadi vuoti

Nella storia di Macchetto i paperi, stanchi di questa alienazione, rifiutano completamente la proposta della modernità e abbandonano il nuovo show calcistico per tornare ai campetti. Ci sono segnali che possano far pensare che accadrà anche a noi la stessa cosa?
Non si può certamente incolpare chi diserta la partita del sabato sera alle 18 perché lavora al pomeriggio, chi preferisce pranzare alle 12.30 con la famiglia invece di stare in gradinata o chi è troppo anziano o giovane per andare allo stadio da solo. Però tutti dobbiamo interrogarci su cosa sia lo sport e sul significato che ha per noi. Noi tifosi e appassionati siamo i clienti dell’industria sportiva, siamo noi che finanziamo questa enorme macchina. È questo quello che vogliamo?
Quanti anni ha ancora di vita il calcio se non guardiamo più le partite dal vivo e i ragazzini smettono di andare al campetto?

Giacomo Rizzi

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