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Omaggio a “zio” Rodolfo Cimino

Omaggio a “zio” Rodolfo Cimino

L’universo di Rodolfo Cimino, fra tapiri, romiti, racconti attorno al fuoco e amori impossibili

Una coperta calda nella quale rifugiarsi. Questa è la definizione che trovo più adatta per ‘zio Rodolfo’. Un punto fermo della mia infanzia e non solo che, purtroppo, è venuto a mancare nel 2012 ma che resta comunque presente attraverso i suoi lavori.
Uno stile inconfondibile, a metà strada tra il fiabesco e l’ironico, un linguaggio che gioca su onomatopee, parole fantasiose a cui solo gli appassionati sanno dare un vero e proprio significato e una morale finale ben precisa. Questo e moltissimo altro era e continua ad essere l’opera di Rodolfo Cimino, uno dei più importanti e prolifici autori disneyani di tutti i tempi.

Chiunque sia un fan accanito o anche dell’ultima ora di fumetti targati ‘zio Walt’, non può non essersi imbattuto nelle sue storie, spesso ripubblicate in svariati periodici.

E lo si riconosce già dalla prima pagina, con l’immancabile vignetta d’apertura, esplicativa dell’intera
narrazione. Una sorta di marchio di fabbrica, che lo ha reso da subito inconfondibile.
Innumerevoli i racconti che hanno accompagnato la crescita di ognuno di noi, influenzando, perché no, anche il nostro modo di essere.
Cimino è, senz’altro, uno dei pochi autori che sia riuscito a spaziare fra diversi generi senza mai perdere la propria identità. Lo dimostra la serie dei Racconti attorno al fuoco, una fra le più apprezzate insieme alla saga di Reginella.

Ha inventato un numero imprecisato di personaggi con nomi sempre più fantasiosi come Trizompa, Tamburino, Ombretta e Don Felipe Raton. Ha creato mondi sottomarini e civiltà di pagnottari.
Ma soprattutto ha spinto Zio Paperone e nipoti verso i limiti dell’inverosimile a bordo di mezzi bislacchi (‘Zio Paperone e i tre denti del Tridentauro‘, Topolino 1799), che scatenavano ira e paura nel malcapitato Paperino.
Senza poi dimenticare il suo rapporto di grande amore col cibo. Le sue fagiolate, la sua salsina della salute e le appetitose frittelle preparate da Paperino hanno stimolato il palato di ogni lettore.

rodolfo 3

La ricchezza della semplicità

Oltre al linguaggio, unico e inimitabile per le tante sfaccettature che lo contraddistinguono da ogni altro autore, la caratteristica comune a tutte le sue storie è senz’altro il biasimo nei confronti della società moderna ovvero la ‘morale’ citata inizialmente.
Un esempio su tutti è ‘Zio Paperone e la civiltà dei pagnottari‘ (Topolino 1980), racconto che vede per protagonista, oltre a Zio e nipotame, l’oste Gedeone che lancia una sfida al miliardario: far cambiare l’economia di un antico villaggio che vive di pane e cacio senza bisogno di moneta sonante.
Una critica neanche troppo velata alla modernità, all’inutile surplus che la fa da padrone e un inno al ritorno alla semplicità. Peculiarità, questa, che è possibile ravvisare, in misura ancor maggiore, nei racconti che Nonna Papera elargisce ai nipoti attorno a un fuocherello, davanti all’immancabile minestra, o in storie come ‘Zio Paperone e l’operazione “Bertuccia” (Topolino 828), in cui lo zione sostituisce gli operai della sua fabbrica, stanchi del lavoro ripetitivo, con delle scimmie (le quali si stuferanno a loro volta della monotonia della catena di montaggio).
Anche in ‘Zio Paperone e la campana della generosità‘ (Topolino 1902) troviamo un significato molto simile. A Paperopoli arrivano le giostre e con esse anche l’indio Dormiben e la sua campanella che, se suonata, fa elargire denaro a chiunque sia più ricco dell’Indio stesso. Lo zione, nel vedere che i nipotini riescono a guadagnare dal trillo della campana (sono gli unici più poveri dell’indio) pensa bene di poter sfruttare lo strumento a suo vantaggio. Ma ha fatto i conti senza l’oste e così, il riccone, ad ogni scampanellata si trova a scucire denaro a qualsiasi profittatore. Anche in questo caso, il messaggio è sempre lo stesso: nessuno dovrebbe possedere più del necessario e anche lo zio, con i suoi tre ettari cubici di monete, dovrebbe imparare a tenere un po’ a freno la propria cupidigia.

rodolfo cimino
Rodolfo Cimino era tutto questo ma anche molto di più. Aveva a cuore un tema importante come l’ecologia e l’amore per la natura ma senza risultare mai pesante nelle sue descrizioni. Basti pensare a ‘Zio Paperone e i pascoli del cielo‘ (Topolino 1699). Nella vicenda narrata il riccastro abbandona tutto per purificare la sua vita carica di impegni e guadagnarsi così ‘i pascoli del cielo’, un luogo dove ci si nutre semplicemente di semi di girasole e acqua che scorre a fiumi.
Ma non basterebbero fiumi d’inchiostro, appunto, per sottolineare quanto Cimino abbia dato al mondo dei fumetti.
Centrale nei suoi scritti anche il ruolo della fortuna che inserisce in tante vicende come ‘Paperino e l’isola dei portafortuna d’oro‘ (Topolino 1802), dove alcuni isolani dalle teste quadrate (chiaro riferimento alle storie di Carl Barks e Don Rosa: ‘Paperino e il mistero degli Incas‘ e ‘Zio Paperone e il ritorno a Testaquadra‘), rapiscono Paperino scambiandolo per il fortunato cugino Gastone. Oppure ‘Paperino e le tavole della fortuna‘, (Topolino 1727), storia in cui Paperino si reca in Tappetoria alla ricerca di mitiche tavole che sconfiggano la sua malasorte.

L’immensa creatività di ‘zio Rodolfo’ non si riduce però solo a tutto questo e per poterlo apprezzare a fondo è necessario leggerlo, così da capire quanto grande sia stato il suo talento nel panorama italiano e internazionale. Un talento che lo colloca di diritto nell’Olimpo dei grandi del fumetto che non ci sono più, quali, fra gli altri Carl Barks, Romano Scarpa e Gian Battista Carpi.

 

Pamela Di Ovidio

 

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